Francia, un tribunale condanna lo Stato “per non aver agito contro il cambiamento climatico”

Alcuni militanti ambientalisti davanti al tribunale di Parigi il 14 gennaio scorso, giorno di apertura del processo. [EPA-EFE/YOAN VALAT]

Il tribunale amministrativo di Parigi ha riconosciuto mercoledì 3 febbraio le “mancanze colpevoli”, per quanto parziali, dello Stato francese nella lotta al riscaldamento globale, in quello che in Francia è stato definito “il caso del secolo”. 

La decisione era molto attesa. Il tribunale amministrativo di Parigi ha emesso mercoledì 3 febbraio la sua sentenza sull’affare del secolo, il “primo grande processo sul clima in Francia”, come è stato descritto dalla relatrice pubblica (un magistrato che espone le circostanze del ricorso e gli argomenti delle parti, ed esprime in autonomia la sua proposta sulla soluzione da adottare, NdT) il 14 gennaio, all’apertura del processo. Per la prima volta, la giustizia ha riconosciuto le “carenze colpevoli” dello Stato nella lotta contro il riscaldamento globale. Una “vittoria storica”, secondo le quattro Ong ambientaliste (Notre Affaire à tous, la Fondazione Nicolas Hulot, Greenpeace e Oxfam) che avevano citato in giudizio lo Stato per “inazione climatica”.

“Parzialmente responsabile”

I numerosi rapporti e studi in materia non lasciavano spazio a dubbi di sorta: il tribunale amministrativo ha riconosciuto l’esistenza in Francia di un rischio ecologico – vale a dire “una innegabile minaccia agli elementi e alle funzioni degli ecosistemi”, come lo definisce il codice civile. Se le carenze dello Stato sono incontestabili, il tribunale tuttavia ha riconosciuto solo parzialmente la sua responsabilità nei confronti della crisi climatica. “Per quanto riguarda gli impegni che aveva preso e che non ha rispettato nell’ambito del primo bilancio del carbonio, lo Stato deve essere ritenuto responsabile […] per una parte del danno ecologico”, si legge nella sentenza.

Lo stesso vale per la questione del miglioramento dell’efficienza energetica o delle energie rinnovabili. In entrambi i casi, il tribunale ha affermato che “se dall’istruttoria risulta che gli obiettivi che lo Stato si era dato non sono ancora stati raggiunti, dal momento che la politica in questo campo è solo una delle politiche settoriali che possono essere mobilitate, il divario così constatato tra obiettivi e risultati non può essere considerato come un contributo diretto all’aggravamento del danno ecologico per il quale le associazioni ricorrenti chiedono un risarcimento”.

Mentre le Ong hanno espresso un entusiasmo smodato dopo la diffusione del verdetto, rafforzato dai messaggi e dai video pubblicati sui social network, molti osservatori si sono mostrati più cauti. È il caso dell’avvocato specializzato in diritto ambientale Arnaud Gossement, che trova “difficile essere soddisfatti di una sentenza che non ammette che una responsabilità abbastanza lieve dello Stato”, cioè solo quella relativa al bilancio del carbonio. Per dare “un giudizio definitivo” sulla sentenza, ha scritto Gossement su Twitter, bisognerà attendere la pubblicazioni delle “decisioni finali” della corte: “l’affare del secolo non è finito”.

Un caso non ancora chiuso

Oltre a riconoscere una parziale inadempienza dello Stato, il tribunale ha deciso infatti un “supplemento d’istruttoria”. I giudici si sono dati due mesi di tempo prima di decidere se ordinare o meno al governo di adottare misure aggiuntive per combattere il riscaldamento globale, e hanno dato all’esecutivo il tempo per presentare “all’insieme delle parti” le osservazioni “dei ministeri competenti”. Su questo punto, la Corte ha seguito le raccomandazioni della relatrice pubblica formulate nella prima udienza del 14 gennaio. Il tribunale ha inoltre condannato lo Stato a versare un euro simbolico a ciascuna delle quattro associazioni “a titolo di risarcimento del danno morale”.

Più che una “vittoria storica”, questa sentenza assomiglia piuttosto a un primo passo in direzione di una giustizia climatica. Mentre si discute la nuova legge sul clima – che dovrebbe essere presentata al Consiglio dei ministri francese il 10 febbraio –  le Ong promotrici del ricorso sperano che “la giustizia non si limiti a riconoscere la colpa dello Stato, ma lo costringa anche a prendere finalmente misure concrete per rispettare i suoi impegni sul clima”.