Energia: nell’Ue le fonti rinnovabili superano quelle fossili, ma resta molto da fare

L'energia eolica ha generato il 14% dell'elettricità dell'UE nel 2020 [Oimheidi / Pixabay]

Nel 2020 le energie rinnovabili sono state la prima fonte di elettricità in Europa, superando per la prima volta nella storia i combustibili fossili (carbone e gas).

Secondo i dati diffusi lunedì 25 gennaio dai think tank Ember e Agora Energiewende, infatti, il 38% dell’energia elettrica prodotta l’anno scorso nel nostro continente è stata generata da fonti rinnovabili (nel 2019 era il 34,6%), contro il 37% di gas e carbone. Il restante 25%, invece, è arrivato dal nucleare.

Sempre nel 2020, scrive il report, i settori dell’energia eolica e di quella solare hanno aumentato la propria capacità, arrivando rispettivamente al 9% e al 15% della produzione energetica complessiva dell’Ue: insieme, hanno generato un quinto dell’elettricità totale. Il restante 19% derivante da fonti rinnovabili è stata fornita soprattutto dal settore idroelettrico e da quello delle biomasse, la cui quota, tuttavia, da qualche anno rimane stabile e ha cessato di aumentare.

Fonte: Europe's Power Sector in 2020

Meno carbone

Al contrario, la percentuale di energia prodotta dal carbone è diminuita del 20% rispetto al 2019, e si è dimezzata rispetto a cinque anni fa, anche se solo metà del calo dell’anno scorso si deve alla crescita delle rinnovabili, mentre l’altra metà deriva dalla minore richiesta dovuta alla pandemia di Covid-19. A dispetto dell’epidemia, invece, la produzione da gas naturale è calata solo del 4%, soprattutto a causa del suo prezzo più economico di quello del carbone. Il nucleare, invece, rispetto al 2019 è sceso del 10%. In termini generali, l’energia prodotta l’anno scorso in Europa è stata del 29% più pulita rispetto a quella di cinque anni prima.

Anche singoli Paesi come Germania e Spagna – nonché il Regno Unito ormai fuori dall’Ue – hanno visto per la prima volta le fonti rinnovabili sopravanzare quelle fossili. Tuttavia, si legge nella sintesi del rapporto, la transizione verso le rinnovabili “è ancora troppo lenta” rispetto agli obiettivi che si sono dati i leader dell’Ue, cioè diminuire le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030, raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e aumentare la quota di energie rinnovabili al 32% del mix energetico complessivo dell’Unione, sempre entro il 2030 (ora la quota è di poco inferiore al 20%).

Ancora molto da fare

Soprattutto quest’ultimo è il traguardo più ambizioso: secondo la Commissione europea, infatti, per arrivare al taglio di emissioni previsto per il 2030, la percentuale di energia prodotta dalle rinnovabili nello stesso anno dovrà essere del 38-40%: per riuscirci, dice lo studio, la capacità dell’eolico e del solare dovrebbe crescere di 100 terawattora (TWh) all’anno, quasi il doppio dei +51 TWh del 2020. Nel complesso, i piani messi a punto l’anno scorso dai Paesi dell’Unione ammontano a una crescita delle rinnovabili di 72 TWh all’anno.

Fonte: Europe's Power Sector in 2020

I Paesi dell’Ue hanno stabilito piani per la produzione rinnovabile lo scorso anno, ma al momento questi si sommano solo a un aumento di 72 TWh ore all’anno. Inoltre, bisogna tenere conto sia del fatto che l’anno scorso la pandemia ha fatto diminuire (del 4%) la domanda di elettricità, sia delle enormi discrepanze tra i diversi Stati dell’Ue: ad esempio, la Danimarca ha generato il 62% della sua elettricità dall’eolico e dal solare (il doppio dell’Irlanda, che si è piazzata al secondo posto), ma il suo mercato resta relativamente piccolo, a 18 TWh in tutto. Ben sette Paesi – tra i quali l’Italia – hanno avuto una crescita della percentuale vicina allo zero rispetto al 2015.

Gli impegni dei ministri Ue

Sempre lunedì 25 gennaio, intanto, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno ribadito in un incontro gli impegni a promuovere la graduale eliminazione dei combustibili fossili e a finanziare misure di adattamento climatico a livello globale. Nelle bozze delle conclusioni del meeting, visionate da EURACTIV, si dice infatti che “la diplomazia energetica dell’Ue scoraggerà tutti gli ulteriori investimenti in progetti di infrastrutture energetiche basate sui combustibili fossili in Paesi terzi, a meno che non siano pienamente coerenti con un percorso ambizioso e chiaramente definito verso la neutralità climatica”.

D’ora in poi, in sostanza, tutti gli accordi commerciali dell’Ue, gli aiuti e le strategie di investimento all’estero dovranno essere allineati con gli obiettivi climatici fissati dal Consiglio europeo: “L’Ue – si legge nel documento – garantirà che la sua politica commerciale e i suoi accordi commerciali siano coerenti con le sue ambizioni climatiche”, al fine di “rendere il rispetto dell’accordo di Parigi un elemento essenziale per tutti i futuri accordi commerciali globali”.

L’Europa non basta

La dimensione climatica degli accordi commerciali è una preoccupazione crescente in Europa. L’accordo di libero scambio Ue-Giappone firmato nel 2018 è stato il primo del suo genere a contenere una clausola sul clima, e una disposizione simile è stata aggiunta a quello con il Canada dello stesso anno. Mentre l’anno scorso la Francia ha minacciato di porre il veto a un progetto di accordo tra Ue e Mercosur (il mercato comune dell’America del Sud) se non avesse incluso impegni sul tema della deforestazione.

Il progetto europeo di riduzione delle emissioni, infatti, da solo non sarà sufficiente per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi, cioè contenere l’aumento delle temperature globali a +2° C rispetto ai livelli preindustriali: perciò la bozza di dichiarazione dei ministri europei chiede “urgenti, collettive e decise azioni a livello globale”.

Secondo Wendel Trio, direttore del gruppo di pressione ambientale Climate Action Network Europe, “è importante che i ministri degli Esteri abbiano confermato l’intenzione di costruire delle forti alleanze diplomatiche sia con i grandi emettitori di CO2 che con i Paesi vulnerabili” agli effetti del riscaldamento globale.  Però, ha avvertito, la diplomazia climatica sarà efficace solo se l’Ue lavorerà anche per eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili – gas incluso – all’interno dei suoi confini, e aumenterà il sostegno finanziario per i paesi più poveri.

Il ruolo della cooperazione

“La cooperazione per eliminare gradualmente i sussidi alle fonti fossili e la finanza fossile internazionale, nonché il sostegno ai partner nella transizione sostenibile dai sistemi energetici fossili è un primo passo cruciale”, ha detto invece Pieter de Pous, del think tank che si occupa di clima E3G.

Per far questo, i ministri degli Esteri dell’Ue riaffermeranno nelle loro conclusioni l’impegno dell’Unione ad “aumentare ulteriormente la mobilitazione dei finanziamenti internazionali per il clima”, come parte di uno sforzo collettivo delle nazioni industrializzate per destinare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno a sostegno dell’azione per il clima nei paesi in via di sviluppo.

Questo impegno, assunto nell’ambito del processo climatico delle Nazioni Unite nel 2009, è stato messo in discussione da un recente rapporto che ha mostrato come alcune nazioni abbiano sovrastimato i loro investimenti in misure di adattamento climatico in questi Paesi: la Francia, ad esempio, aveva dichiarato finanziamenti per l’adattamento climatico nelle Filippine per un ammontare di 86 milioni di dollari, ma un’analisi più approfondita ha dimostrato che solo il 5% era stato effettivamente speso in opere destinate a questo scopo.