Clima, sul taglio delle emissioni i leader Ue prendono tempo

Da sinistra a destra, Emmanuel Macron, presidente della Francia; Angela Merkel, cancelliere federale tedesco; Charles Michel, presidente del Consiglio europeo; David Sassoli, presidente del Parlamento europeo.

Per un accordo tra gli Stati europei sul taglio delle emissioni di CO2 entro il 2030 bisognerà aspettare dicembre. L’obiettivo attuale è un taglio del 40%, insufficiente per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. La Commissione propone di portarlo al 55%, il Parlamento europeo al 60%. Per venire incontro alle richieste dei Paesi dell’Est, ancora vincolati al carbone, l’obiettivo potrebbe essere raggiunto a livello comunitario.

Le grandi potenze come Francia e Germania sostengono un obiettivo climatico più ambizioso ma devono affrontare le resistenze degli Stati dell’Est Europa, le cui economia dipendono ancora fortemente dal carbone. I 27 leader riuniti a Bruxelles hanno detto che torneranno sulla questione “con l’obiettivo di concordare un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2030”.

La Germania, che detiene la presidenza di turno, ha deciso di rinviare l’accordo al vertice del 10 dicembre. Undici Paesi, tra cui Francia, Spagna e Paesi Bassi, hanno espresso il loro sostegno per una riduzione di “almeno il 55%” in una lettera congiunta. Ma il gruppo di Visegrad, a partire dalla Polonia, rifiuta di impegnarsi per la neutralità temendo che possa danneggiare la propria industria. I leader hanno accettato di rinviare l’accordo fino a quando i Paesi non avranno maggiori informazioni sull’impatto nazionale dell’obiettivo.

“Il Consiglio europeo ritiene che l’obiettivo aggiornato debba essere raggiunto collettivamente dall’Ue nel modo più efficiente in termini di costi. Tutti gli Stati membri parteciperanno a tale sforzo tenendo conto delle circostanze nazionali e di considerazioni di equità e solidarietà”, si legge nelle conclusioni di giovedì 15 ottobre. Se così fosse alcuni Paesi potrebbero sforare a livello nazionale l’obiettivo comunitario. Ed è quello che chiede da tempo il gruppo di Visegrad, proponendo un’applicazione differenziata degli obiettivi.

Le resistenze dei Paesi dell’Est

“Ogni paese ha un mix energetico diverso e dobbiamo tenerne conto. Quindi, se siamo d’accordo su una media del 55% nell’Ue, la Repubblica Ceca non ha alcun problema”, ha dichiarato il primo ministro ceco Andrej Babis. “Alcuni paesi potrebbero ridurre (le loro emissioni) di più. Ma noi non ci riusciremo”. La pensa allo stesso modo il primo ministro bulgaro Boiko Borissov, che ha avvertito: “I nostri calcoli preliminari suggeriscono che un taglio del 40% per noi è già un tetto”.

Per venire incontro a questi Paesi la Commissione europea ha proposto il Fondo per la transizione equa (Just Transition Fund), che fa parte del Recovery Plan. Il fondo concede sovvenzioni alle regioni per sostenere i lavoratori, le piccole e medie imprese e le start-up impegnate a creare nuove opportunità economiche. Tutti gli Stati membri hanno accesso ai fondi, ma le risorse verranno concentrate sulle regioni più in difficoltà perché fanno ancora affidamento sui combustibili fossili (carbone, lignite, torba, olio di scisto). A giugno la Commissione europea ha lanciato un’apposita piattaforma per aiutare i Paesi interessati ad accedere alle risorse.

La proposta del Parlamento Ue

La base negoziale a partire dalla quale riprenderà la discussione  a dicembre è al di sotto delle richieste del Parlamento europeo. Gli eurodeputati infatti hanno chiesto una riduzione delle emissioni del 60% nel 2030, precisando che gli obiettivi nazionali devono essere aumentati in modo equo ed efficiente in termini di costi. L’Eurocamera inoltre ha invitato la Commissione a proporre un obiettivo intermedio per il 2040 per assicurarsi di raggiungere l’obiettivo di neutralità nel 2050. Secondo il Parlamento europeo per raggiungere questo risultato è indispensabile che gli Stati membri eliminino gradualmente le sovvenzioni dirette e indirette ai combustibili fossili entro il 31 dicembre 2025.

La risoluzione parlamentare è una via di mezzo tra la richiesta degli ambientalisti e degli scienziati di fissare l’asticella almeno al 65% e la proposta della Commissione che prevede una riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030.