Cina, il nuovo piano quinquennale punta ancora troppo sui combustibili fossili

Lo smog su Pechino il 9 marzo 2021, nei giorni delle 'due sessioni', durante le quali è stato presentato il 14° piano quinquennale [EPA-EFE/ROMAN PILIPEY]

La Cina ha approvato giovedì 11 marzo il suo nuovo piano quinquennale, valido per il periodo 2021-2025: il più grande inquinatore del mondo mostra però una scarsa ambizione di abbandonare i combustibili fossili, lasciando molte decisioni in sospeso.

Il quattordicesimo piano quinquennale cinese era molto atteso, perché è il primo a essere elaborato dopo che la Cina si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni di CO2 entro il 2030 e a raggiungere lo zero netto entro il 2060.

Tuttavia, le speranze che il Paese responsabile del 26% delle emissioni globali di gas serra, fissasse obiettivi climatici ambiziosi si sono infrante davanti ai contenuti del piano, che delinea un percorso verso lo zero netto certamente costante, ma molto lento.

“È deludente che la Cina pensi di continuare a fare così tanto affidamento su carbone, petrolio e gas. Il mondo conta sul più grande emettitore di CO2 per intensificare la lotta al cambiamento climatico – eppure vediamo poco di questa azione nel piano”, ha detto Bill Hare, amministratore delegato di Climate Analytics, un istituto no profit che si occupa di scienza e politica.

Secondo il piano, ha spiegato il dottor Zhang Shuwei, capo economista presso il Draworld Environment Research Center, le emissioni della Cina continueranno ad aumentare: “Nel complesso, il piano non contiene dettagli sufficienti su come la Cina intende accelerare la decarbonizzazione dell’economia, né offre molte indicazioni strategiche su come raggiungere il picco di carbonio prima del 2030 e la neutralità del carbonio entro il 2060”.

Le emissioni della Cina crescono di anno in anno e sono aumentate dell’1,5% nel 2020, quando la maggior parte dei paesi ha registrato un calo drammatico. Il piano incoraggia la crescita dei combustibili fossili, ma mira anche allo sviluppo di nuove tecnologie verdi, che saranno incentivate dal mercato del carbonio appena lanciato nel paese.

 

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“Il piano mostra che la Cina è impegnata ad espandere la sua economia pulita, quindi l’energia pulita è ancora elencata come un settore strategico, e ribadisce l’impegno del paese sull’accordo di Parigi e i suoi obiettivi climatici”, ha detto invece Byford Tsang del think tank sul clima E3G, aggiungendo che però non ci sono progressi sufficienti per frenare l’utilizzo del carbone, forse perché la Cina si sta concentrando sulla sicurezza energetica, che considera una delle sue tre principali priorità di sicurezza.

Secondo Tsang, “nonostante gli impegni per affrontare il cambiamento climatico e lo sviluppo verde, c’è ancora una riserva in termini di riduzione del consumo di combustibili fossili, perché sono semplicemente troppo importanti per l’economia cinese, soprattutto di fronte a un ambiente esterno più incerto” dal punto di vista geopolitico.

La Cina punta a raggiungere, nell’arco dei cinque anni del piano, una quota del 20% del consumo di energia da combustibili green, con un aumento simile a quello registrato tra il 2015 e il 2020 e lasciando una notevole quantità di spazio all’uso di combustibili fossili.

Il piano stabilisce i principali obiettivi energetici e climatici fino al 2025, compreso quello di ridurre del 18% le emissioni di CO2 per unità di PIL. Ma siccome l’intensità di CO2 è diminuita del 18,8% tra il 2015 e il 2020, questo proposito – secondo Lauri Myllyvirta del Center for Research on Energy and Clean Air – è ben poco ambizioso. Inoltre, nel piano è assente un obiettivo di controllo del consumo energetico, il che significa che ci sono meno vincoli sulle emissioni rispetto ai piani precedenti, e nessuna garanzia di un rallentamento entro il 2025.

Altre parti del piano prevedono l’accelerazione dell’utilizzo del gas delle profondità marine e dai giacimenti, lo sviluppo di reti intelligenti e l’aumento della capacità di energia nucleare a 70 GW dai circa 50 di oggi.

Partner, concorrente e rivale

I piani quinquennali della Cina hanno implicazioni molto importanti nelle relazioni con l’Unione europea. A dicembre, Bruxelles e Pechino hanno firmato un accordo di investimento che, secondo i promotori, darà alle aziende europee un maggiore accesso ai mercati cinesi e aiuterà a correggere quelli che l’Europa vede come legami economici squilibrati.

 

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Ma se l’UE, con la sua proposta di un accordo di investimento (CAI), ha compiuto alcuni progressi verso una relazione economica più equilibrata con la Cina, la trattativa ha anche mostrato i limiti della cooperazione: la linea dura della Cina nei confronti di Hong Kong e la situazione nello Xinjiang potrebbero potenzialmente smorzare le prospettive di successo della ratifica dell’accordo.

L’industria tedesca, poi, ha già affermato di volere che l’UE rafforzi le sue difese contro le pratiche commerciali sleali della Cina, implementando un potente strumento contro le sovvenzioni statali e mettendo a punto uno strumento per regolare gli appalti internazionali.

“Una partnership di successo funzionerà solo sulla base di principi di reciprocità, e sulla creazione di condizioni di parità nella concorrenza”, ha detto Joachim Lang, amministratore delegato della Federazione delle industrie tedesche. Pechino, ha aggiunto, deve fare di più per mantenere le promesse sull’apertura della sua economia, e l’UE “deve continuare il suo percorso su più fronti, trattando la Cina come un partner, concorrente e rivale sistemico”.

Secondo Tsang, a giudizio degli osservatori nei prossimi anni la concorrenza tra l’UE e la Cina è destinata a crescere in particolare nei settori della tecnologia verde. Il nuovo piano quinquennale pone un forte accento sull’innovazione, comprese le tecnologie energetiche: insieme all’ambizione della Cina di far crescere il proprio mercato interno, è probabile quindi che provochi una maggiore concorrenza.

Se l’UE e la Cina “vogliono raggiungere i rispettivi obiettivi climatici”, ha aggiunto l’analista di E3G, “dovranno garantire che la concorrenza sia impostata su basi eque, e mantenere il flusso commerciale delle tecnologie a basse emissioni non solo tra i due blocchi ma anche a livello globale”.

Il piano cinese, ha spiegato  riflette infatti la preoccupazione globale per le catene di approvvigionamento e l’interdipendenza commerciale che è cresciuta durante la pandemia di COVID-19, ha affermato Kanani Dharmendra, Director of Strategy del think tank Friend of Europe, aggiungendo che molto probabilmente ci saranno scaramucce commerciali attorno al meccanismo della carbon border tax.

 

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La Cina, secondo Dharmendra, è uscita dalla pandemia più rapidamente della maggior parte delle economie, e ha la capacità di sfruttare molti più soldi per la ricerca: “L’investimento cinese in ricerca e sviluppo nella tecnologia verde è fenomenale, e ha il potenziale per superare di gran lunga il resto del mondo”. Tuttavia, ha concluso, l’UE può ancora avere un ruolo guida sullo sviluppo dell’idrogeno, se si muoverà rapidamente imparando dalla velocità con cui ha adattato gli ospedali e sviluppato i vaccini durante la pandemia.