‘Carbon border tax’, per la Commissione è necessaria alla sopravvivenza delle industrie europee

"Se gli altri paesi non si muoveranno nella stessa direzione, dovremo proteggere l'Unione europea dalla distorsione della concorrenza", ha detto il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans. [PES Communications / Flickr]

Il ‘carbon border charge’, la tassa che dovrebbe pagare chi importa entro i confini comunitari prodotti la cui impronta carbonica è maggiore rispetto a quella delle controparti europee, è essenziale per la sopravvivenza delle industrie del continente, e l’Unione è decisa a introdurli a meno che i paesi concorrenti non si impegnino a ridurre le loro emissioni di CO2: lo ha spiegato lunedì 18 gennaio Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e responsabile della politica climatica dell’UE.

L’esecutivo dell’Unione dovrebbe formulare le sue proposte in merito entro il prossimo giugno, nel quadro di un più ampio pacchetto di norme sul clima che mirano a raggiungere l’obiettivo concordato nel summit del leader europei di dicembre: ridurre del 55% le emissioni entro il 2030.

“È una questione di sopravvivenza del nostro settore”, ha detto Timmermans durante un evento online della società di consulenza Global Counsel: “Quindi, se altri non si muoveranno nella stessa direzione, dovremo proteggere l’Unione europea dalla distorsione della concorrenza e dal rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio” che si verificherebbe se le aziende decidessero di lasciare l’Europa e aprire nuovi stabilimenti altrove per evitare il costo delle politiche comunitarie di riduzione delle emissioni.

Timmermans ha espresso anche la speranza che anche altri importanti produttori di CO2 adottino presto politiche di tassazione del prezzo del carbonio, citando l’impegno della Cina a raggiungere le zero emissioni entro il 2060 e gli impegni della nuova amministrazione statunitense a rientrare nell’accordo di Parigi. “Più paesi e regioni adottano meccanismi di tassazione delle auto – ha spiegato il vicepresidente della Commissione – minore sarà la necessità di meccanismi di aggiustamento alle frontiere, ed è su questo che stiamo spingendo”.

A livello globale, l’intero settore industriale è sotto pressione per intensificare le azioni per contrastare il riscaldamento, in vista del vertice delle Nazioni Unite di novembre: termine entro cui quasi 200 paesi dovranno prendere impegni concreti per tagliare le missioni in maniera più consistente. Se il meeting dovesse fallire, ha detto ancora Timmermans, l’UE andrà avanti unilateralmente con il progetto del ‘carbon border’.

L’enorme piano europeo di investimenti per un’industria più green – che verrà svelato quest’anno e prevederà fra l’altro l’aumento delle tariffe per le licenze di emissione di CO2 e obiettivi più stringenti per l’implementazione delle fonti rinnovabili – secondo Timmermans avrà un “impatto in termini di costi” sulle aziende che dovrà essere affrontato.

“Le aziende”, sostiene Simone Tagliapietra, ricercatore del think tank Bruegel di Bruxelles, “inizieranno davvero a sentire l’impatto della politica climatica come mai prima d’ora. Questo è esattamente il motivo per cui è necessario prendere in considerazione misure di riequilibrio” con gli altri paesi.

Le industrie europee hanno espresso preoccupazione, ad esempio, per la concorrenza a buon mercato del Marocco e della Turchia nel settore del cemento, mentre per quanto riguarda l’acciaio le tasse sul carbonio sull’acciaio importato potrebbero colpire la Cina, il più grande produttore mondiale. Secondo l’UE, se le politiche climatiche dei paesi extraeuropei saranno ambiziose come quelle dell’Unione, essi potranno evitare di incorrere nelle misure previste dal ‘carbon border charge’.