Take Back Forties: se la Brexit ci riporta tra le braccia di Eris

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Sir Winston Churchill [Snapshooter46/Flickr]

La logica della sovranità nazionale, di cui la Brexit rappresenta la manifestazione più radicale, rischia di spingerci, come europei, tra le braccia della dea greca della discordia, scrive Tommaso Visone.

La Brexit, con le sue infinite ed estenuanti trattative, sembra essere diventata ormai un simbolo della distanza tra la estrema semplificazione del discorso politico odierno e la complessità delle relazioni economiche e internazionali createsi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Nulla di imprevedibile, per carità. Basta leggere a riguardo le pagine profetiche che Norman Davies dedicava al futuro del Regno Unito nel suo Vanished Kingdoms (2011).

Ad ogni modo la rivendicazione di un ritorno al pieno controllo della propria esistenza contenuta nello slogan “take back control” riassume meglio di molti discorsi le aspettative e le esigenze connesse alla scelta dei britannici in quel ormai fatidico 23 giugno 2016. Da allora tuttavia ciò che questi ultimi e gli altri europei hanno avuto indietro non è stato affatto il controllo sulla loro vita individuale, sociale e collettiva. Al suo posto si è vista un’escalation di affermazioni, vicende e di rischi che riportano il Regno Unito e l’Europa agli anni quaranta del secolo scorso.

Infatti si è, nell’ordine, tornati a paventare il rischio di problemi alla catena di approvvigionamento in Gran Bretagna e nell’enclave di Gibilterra; minacciato l’intervento militare di un paese europeo – il Regno Unito – contro un altro paese europeo – il Regno di Spagna – e infine si è cercato di intimidire l’Unione europea facendo riferimento all’uso della Royal Navy nel canale della Manica. Nel mentre vi è stata una massiccia fuga di capitali e di investimenti (1,2 trilioni di sterline per il solo mercato britannico) e i danni commerciali di un eventuale no deal per tutti gli attori coinvolti, Ue inclusa, non cancellano dall’orizzonte un possibile scontro sui dazi. Se a questo si aggiunge l’effetto di una crescente deregulation – lo UK come “superman del libero scambio” (B.Johnson) – sulla concorrenza tra i sistemi sociali delle due sponde del Channel, gli esiti della spinta disgregativa dei nazionalisti scozzesi e il rischio, tutt’altro che futuribile, del ritorno dei trubles in Irlanda del Nord si avrà un bel quadro del circolo vizioso apertosi con la Brexit.

Un circolo che, è bene sottolinearlo, non riguarda solo il Regno Unito, che pure ne è e ne sarà il centro. Infatti le relazioni commerciali, la questione di Gibilterra, le tensioni in Irlanda del nord, il dumping sociale e l’incedere di “nazionalismi europeisti” – ovvero di opzioni favorevoli alla nascita di nuovi stati sovrani che entrino a far parte della costruzione europea – sono tutte questioni spinose che richiederanno un’accorta gestione politica da parte dell’Ue. Siffatta vicenda, che, vada come vada, deve ancora mostrare le sue conseguenze più radicali, ha rimesso al centro della vita europea il problema della sovranità nazionale. Quest’ultima, lungi dall’essere morta (è sempre stata viva e vegeta, anche dentro l’Unione), rivela oggi tutto il suo tragico paradosso. Non più capace di unire gli uomini –divide i britannici dall’Ue come sta dividendo gli scozzesi dal Regno Unito- né di restituire un senso a una democrazia dei moderni entrata in crisi con essa, è tuttavia pienamente in grado di far (ri)nascere il conflitto tra gli europei, sia tra gli stati che all’interno di essi.

È questa logica della sovranità nazionale, di cui la Brexit rappresenta la manifestazione più radicale, che rischia di spingerci, come europei, tra le braccia di Eris, la dea greca della discordia. Di essa Omero ci lascia il seguente, e istruttivo, ritratto: “La signora del dolore: una piccola cosa, all’inizio, che cresce fino ad avanzare a grandi falcate sulla terra, con la testa che giunge a colpire i cieli, seminando odio fra gli uomini e acuendone le sofferenze”.