Cittadini europei nel Regno Unito: serve un documento fisico che attesti il “settled status”

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Ad oggi è possibile dimostrare il proprio “settled status” solo online. In assenza di una prova fisica diventa più difficile attestare il proprio diritto a rimanere definitivamente in Inghilterra. Molti pensano che una volta attuata la Brexit la situazione potrà solo peggiorare.

Negli ultimi giorni, la possibilità di un No Deal tra il Regno Unito e l’Unione Europea si è fatta improvvisamente più concreta. La decisione di Angela Merkel di cancellare una riunione prevista il 2 Settembre in cui si sarebbero dovuti discutere i prossimi passi verso l’accordo, e la preoccupazione del capo negoziatore europeo Michel Barnier riguardo ai mancati progressi, sono chiari segnali che una No Deal Brexit sia ormai una possibilità concreta. Eppure, a meno di 4 mesi dalla fine del periodo di transizione, prevista per il 31 dicembre, i cittadini europei residenti nel Regno Unito non hanno ricevuto nessuna informazione significativa sulle conseguenze di una Hard Brexit. L’unico modo per tutelarsi sembra quello di accedere all’”Eu Settlement Scheme”, che però presenta una cruciale mancanza.

Introdotto nel marzo 2019, l’”Eu Settlement Scheme” è un sistema che permette ai cittadini europei nel Regno Unito di registrarsi online ed ottenere il permesso di risiedere in Inghilterra in seguito alla Brexit, nonché di lavorare, studiare, ricevere assistenza medica e sociale. Il servizio resterà attivo fino al 30 giugno 2021 ed è già stato usato da 3,8 milioni di persone. Il sistema consente di richiedere due status: il “pre-settled status”, che consente di rimare in UK per 5 anni, ed il “settled status”, che invece è permanente. Oltre alle polemiche createsi intorno alla difficoltà di ottenere il “settled status”, che è stato negato anche a persone residenti nel Regno Unito da decine di anni, c’è un nuovo problema relativo al sistema, che si sta rivelando sempre più preoccupante.

Infatti, ad oggi, è possibile dimostrare il proprio “settled status” solo online. Non c’è nessuna prova fisica che attesti il proprio diritto a rimanere e lavorare in Inghilterra, e dimostrarlo ad un potenziale datore di lavoro o a un operatore al controllo passaporti potrebbe essere molto complicato. La situazione è ancora più preoccupante se si considera la pessima reputazione dell’Home office inglese, che è ancora al centro di numerose polemiche relative al cosiddetto “Widrush Scandal”. Negli ultimi anni sono infatti state licenziate, escluse da servizi sociali e sanitari, e persino detenute in centri di espulsione decine di persone, a causa di errori amministrativi.

La maggioranza delle vittime fa parte della “Windrush Generation”, che raggruppa persone provenienti dalle ex colonie britanniche arrivate nel Regno Unito tra il 1948 e il 1971, quando agli abitanti del Commonwealth era permesso di emigrare e stabilirsi nella “madrepatria”. L’”Immigration Act” del 1971 ha posto fine a quell’epoca, garantendo agli immigrati delle ex-colonie presenti nel Regno Unito il permesso di risiedervi illimitatamente ma introducendo contemporaneamente severe regolazioni per chi ha tentato di stabilirvisi negli anni successivi. A causa di errori grossolani però, tra cui documenti e passaporti smarriti dallo stesso Home office, decine di persone sono state accusate di essere immigrati irregolari, hanno perso il lavoro o la pensione, e molte sono ancora in attesa di essere finalmente “regolarizzate”.

Date queste premesse, è facile capire la preoccupazione dei cittadini europei. Sono già emerse testimonianze delle difficoltà relative ad affittare casa e ad effettuare viaggi intercontinentali dovute al non poter provare in modo immediato e diretto il proprio diritto a risiedere nel Regno Unito, e molti pensano che una volta attuata la Brexit la situazione potrà solo peggiorare. Per questo The 3 million, un’organizzazione che ha lo scopo di supportare i cittadini europei in Inghilterra, ha lanciato una campagna per richiedere un documento fisico che attesti il “settled status”. Secondo l’organizzazione, questa è la priorità numero uno per fare si che i diritti dei numerosi expat europei nel Regno Unito siano rispettati e perché si evitino errori da parte dell’Home office.

Ovviamente, in questo momento la priorità dei negoziatori europei è quella di trovare un accordo soddisfacente e completo con il Regno Unito, risolvendo punti cruciali come tariffe, standard di mercato, e la questione del confine con l’Irlanda del Nord. Però, con l’avvicinarsi della scadenza, è importante che le istituzioni europee si impegnino a sostenere la campagna di The 3 million e si attivino per tutelare i propri cittadini. Potrà sembrare anacronistico che nell’era del digitale si insista così tanto su una prova fisica, un documento, una carta, ma i rischi di un sistema totalmente digitale sono troppo alti e il precedente del “Windrush Scandal” non è certo rassicurante. L’approccio ostile adottato dal Regno Unito in materia d’immigrazione, insieme all’inesperienza dei cittadini europei riguardo a visti e regolamenti, farà si che i rapporti tra expats e amministrazione inglese diventino più complicati che mai, rendendo necessarie tutte le possibili tutele del caso.