Scozia, la premier Sturgeon promette il referendum sull’indipendenza entro la fine del 2023

Indipendentisti scozzesi ad Edimburgo (febbraio 2020). EPA-EFE/ROBERT PERRY

Sullo sfondo le insanabili fratture con Londra dovute alla Brexit e alla pandemia e la crescente popolarità della leader del Partito nazionale scozzese.

Il governo di ‘condivisione del potere’ (Snp-Verdi) della Scozia si è impegnato, martedì 7 settembre, a tenere un nuovo referendum sull’indipendenza entro la fine del 2023, nonostante la forte opposizione di Londra.

La premier Nicola Sturgeon ha detto che il lavoro sarebbe ricominciato su un dettagliato “prospetto” per una separazione, mentre esponeva il piano strategico del governo per il prossimo anno.

“Il nostro obiettivo, Covid permettendo, è che (il referendum) sia nella prima metà di questo parlamento, prima della fine del 2023”, ha detto ai legislatori a Edimburgo. “Mentre emergiamo dalla pandemia, seguono scelte che modelleranno la nostra economia e la nostra società per i decenni a venire”.

Poi ha posto il quesito: “Quale parlamento, Westminster (a Londra) o Holyrood (a Edimburgo), dovrebbe fare queste scelte e da quali principi saranno guidate”? “Queste sono domande che non possono essere evitate né rimandate quando il dado è già tratto”, ha detto Sturgeon, aggiungendo che i piani dettagliati avrebbero aiutato gli scozzesi a prendere una decisione informata sul rimanere o lasciare l’unione vecchia di tre secoli, dopo una precedente votazione nel 2014.

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Al referendum che si tenne in quell’anno, i risultati del voto scozzese si attestarono sul 55%-45% per rimanere parte del Regno Unito di Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia e Galles) e Irlanda del Nord.

Ma la Sturgeon, che guida il Partito Nazionale Scozzese (Snp), ha detto che “il caso dell’indipendenza è forte”, aggiungendo: “Lo presenteremo apertamente, francamente e con fiducia e ambizione”.

Il mese scorso, l’Snp ha annunciato un accordo di condivisione del potere con il Partito Verde scozzese per dare loro una maggioranza pro-indipendenza, che ha poteri devoluti in settori come la salute, l’istruzione, l’ambiente e i trasporti.

Il parlamento britannico a Londra, che mantiene i poteri su competenze come la politica estera, l’immigrazione e la difesa, deve concedere il permesso di tenere un referendum. Il primo ministro Boris Johnson ha escluso di farlo, mentre il suo collega più anziano, Michael Gove, ha detto che “non può vedere” un voto prima delle elezioni generali del 2024.

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Il gruppo Scotland in Union, che si oppone all’indipendenza, ha detto che la maggioranza del paese non vuole un altro “referendum divisivo” a breve. “Piuttosto che dividere le persone, il governo dovrebbe concentrarsi sul riunire le comunità in modo da costruire una ripresa che non lasci indietro nessuno”, ha detto il gruppo.

Ma la Sturgeon conta su un aumento del sostegno per andare avanti da sola, dato che la maggioranza degli scozzesi ha votato per rimanere nell’Unione europea nel divisivo voto sulla Brexit del 2016 con addirittura il 62% di remain. Ha anche visto accrescere la sua popolarità rispetto a Johnson grazie alla gestione della risposta del governo scozzese alla pandemia.

La leader pro-Europa ha portato il suo partito ad aumentare i seggi in Parlamento nelle ultime elezioni, nonostante i sondaggi non fossero clementi con lei. Nel Super Thursday dello scorso maggio, lo Scottish national party ha dominato le elezioni per il rinnovo del parlamento nazionale, ottenendo 1.291.204 voti (47,7%) nei collegi uninominali e 1.094.374 voti (40,3) in quelli regionali.

Questi numeri hanno permesso al partito indipendentista ed europeista di ottenere 64 seggi a Holyrood (guadagnando addirittura un posto in più rispetto alla scorsa legislatura), ovvero ad una sola distanza dalla soglia della maggioranza fissata a 65 (i posti complessivi sono 129), dando poi vita ad una coabitazione con il partito verde scozzese. Una spina nel fianco di Boris Johnson.