Regno Unito, l’accordo commerciale con la Nuova Zelanda potrebbe non giovare al Pil britannico

Il primo ministro Uk Boris Johnson. [EPA-EFE / Pool]

La stipula è stata accolta da Londra quasi con toni trionfalistici, ma oltre ad essere bersaglio di dubbi sulla sua efficacia ha suscitato il malcontento degli agricoltori britannici.

Si sa che la vita del Regno Unito fuori dall’Unione europea, ad oltre dieci mesi dall’attuazione della Brexit, è molto caotica e bisognosa di trovare soluzioni per i disequilibri nati dall’abbandono del mercato unico europeo. Così Londra, alle prese con molte criticità interne, dalla difficoltà su carburante e derrate alimentari, fino alle pressioni disgregatrici delle nazioni del regno, cerca di ritagliarsi (con notevoli difficoltà) uno spazio nel sempre più complesso scenario internazionale, cercando di fare leva sulle ex colonie della corona inglese.

Che la si veda come un rigurgito di nostalgia imperialistico-coloniale o semplicemente una necessità di sopravvivenza, anche l’ultima mossa del governo conservatore di Boris Johnson potrebbe non portare i frutti sperati anche se, per Downing Street, quello stipulato con la Nuova Zelanda è uno “storico” e “innovativo” accordo commerciale.

“Un accordo commerciale globale con la Nuova Zelanda ridurrà la burocrazia per le imprese, porrà fine alle tariffe sulle esportazioni britanniche e creerà nuove opportunità per le aziende di tecnologia e servizi, rendendo più facile per i professionisti britannici vivere e lavorare in Nuova Zelanda”, si legge nel comunicato del governo.

Sulla stampa inglese sono stati sollevati dubbi circa i ritorni economici positivi per Londra. The Guardian ad esempio, sottolinea come l’accordo commerciale con Wellington, considerato un alleato chiave, mirerebbe ad arginare la dipendenza del paese dalla Cina, ma potrebbe non incrementare il Prodotto interno lordo (Pil) del Regno Unito. Addirittura Johnson è stato accusato di svendere gli agricoltori britannici.

I numeri dell’accordo parlano di rimozione di dazi fino al 10% su una serie di beni britannici (abiti, navi, bulldozer e autobus). E dopo 16 mesi di trattative potrebbero scendere i prezzi dei kiwi, del sauvignon blanc neozelandese e del miele di manuka.

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Uno scambio, quello tra Regno Unito e Nuova Zelanda, che vale ad oggi 2,3 miliardi di sterline all’anno, con il governo favorevole a un aumento perché “l’accordo renderà più facile per le piccole imprese entrare nel mercato neozelandese – oltre a rimuovere le barriere per le aziende di tecnologia avanzata e di servizi”.

L’accordo potrebbe aumentare il Pil di Wellington di oltre 970 milioni di dollari ma, sempre il The Guardian, ricorda come un’analisi del governo britannico del 2020 abbia stimato un effetto sul Pil di Londra probabilmente “limitato” nel “lungo periodo”, in quanto oscilla tra una crescita positiva del 0,01% ed una negativa del -0,01%.

Sul quotidiano britannico la presidente della National farmers union, Minette Batters, parla di un accordo che aprirebbe le porte del paese a “significativi volumi extra di cibo importato – prodotto o meno secondo i nostri standard elevati – mentre non garantisce quasi nulla in cambio per gli agricoltori britannici”.

“Dovremmo essere tutti preoccupati perché ci potrebbe essere un enorme rovescio della medaglia per questi accordi, specialmente per settori come il latte, la carne rossa e l’orticoltura – aggiunge Batters –. Il governo sta chiedendo agli agricoltori britannici di confrontarsi con alcuni degli agricoltori più orientati all’esportazione del mondo, senza gli investimenti seri, a lungo termine e adeguatamente finanziati nell’agricoltura britannica che possono permetterci di farlo”. “È incredibilmente preoccupante che non abbiamo sentito quasi nulla dal governo su come lavorerà con l’agricoltura per raggiungere questo obiettivo”, ha concluso la leader di categoria.