La saga della Brexit: tutto quello che è successo dal referendum ad oggi

Il Big Ben. EPA-EFE/WILL OLIVER

Le tappe dell’addio del Regno Unito all’Ue dal referendum del 2016 ai negoziati ancora in corso, malgrado la scadenza del periodo di transizione sia ormai imminente.

Il 51,89% dei sudditi britannici il 23 giugno 2016 ha votato per uscire dall’Unione europea, contro il 48,11%. All’indomani di quel referendum i commentatori e gli analisti si focalizzarono sui possibili effetti distruttivi che avrebbero potuto interessare l’UE; alcuni ipotizzarono perfino che fosse stata scritta la parola “fine” sull’esperienza di integrazione politica del continente. Quattro anni e mezzo dopo, l’UE è sempre in piedi e anzi ha promosso una ambiziosa risposta alla crisi pandemica che sarebbe stato impensabile negoziare con Londra; dall’altro lato della Manica, invece, le cose sembrano più complicate.

La Brexit, infatti, sembra aver causato i danni più consistenti proprio a casa di Sua Maestà. Nei giorni prima del voto al prestigioso Globe Theatre di Londra andava in scena sotto una pioggia battente una versione dell’Amleto in cui la celebre domanda “To be or not to be: this is the question” diventava “To Leave or not to Leave”…
Il Leave ha vinto ma la società britannica si è ritrovata spaccata e le fratture sono molto profonde: giovani contro  vecchi; città (Londra in testa) contro campagne e periferie; e soprattutto Scozia e Irlanda del Nord contro Galles e Inghilterra, con due fantasmi che sembrano essere tornati, la questione dell’indipendenza della Scozia e la pace nell’Ulster, faticosamente raggiunta con l’accordo del Good Friday nel 1998.
I due principali partiti britannici, con alle spalle una storia secolare, sono stati colpiti come da uno tzunami e la politica britannica è rimasta avvitata sulla questione: dalla fine della carriera politica di Cameron, al fallimento del governo di Theresa May, alla spregiudicatezza di Boris Johnson che avrebbe addirittura voluto riscrivere le regole dell’accordo di divorzio ed è stato convinto a più miti consigli solo dalle minacce americane.

La metafora del divorzio

La metafora scelta per descrivere la Brexit ancora prima del referendum è stata quella del divorzio tra il Regno Unito e l’UE e non a caso le lunghissime trattative che sono state intavolate sono state quelle per definire i rapporti futuri, soprattutto in termini economici. Un divorzio classico, con Michel Barnier e David Frost nei panni degli avvocati che difendono due ex coniugi.
Ma perchè ci sia un divorzio bisogna per l’appunto che prima vi sia un matrimonio. Quello tra Regno Unito e UE è stato sicuramente un matrimonio per interesse e mai d’amore.
Il Regno Unito ha presentato la sua prima domanda di adesione nel 1961, avendo notato la potente crescita economica che stava interessando i sei Paesi fondatori come risultato della creazione della Comunità Economica Europea (gli anni del “boom economico”) ma ha incontrato a lungo il veto della Francia. Quando finalmente nel 1973 il matrimonio si celebra arriva però la crisi petrolifera che ha un forte impatto sull’economia. Seguendo la nostra metafora, il Regno Unito che vuole sposare il progetto europeo solo per interessi economici si ritrova alle prese con un coniuge nel bel mezzo di una crisi. La delusione è grande e da quel momento il matrimonio diventa burrascoso, con ripicche e battibecchi continui. Fino alla frase fatidica: “voglio il divorzio”.
L’UE a quel punto, e questa è la parte della storia meno nota, pur di scongiurare la rottura promette mari e monti (“Da ora in poi si farà tutto quello che vuoi”) ma il Regno Unito se ne va comunque.

Un gattino fermo sulla soglia 

Da quel momento parte una fase di incertezza e solo il 29 marzo 2017 Theresa May dichiara per il Regno Unito la decisione di invocare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea. Sui social questi lunghi mesi sono iconicamente rappresentati da una gif di un gattino che raschia la porta chiusa ma poi rimane fermo sulla soglia non appena la porta gli viene aperta.
La posizione dell’UE è invece da subito chiara: il 29 aprile 2017 i leader dell’UE a 27 si riuniscono in occasione del primo vertice dopo l’attivazione ufficiale dell’articolo 50 adottando all’unanimità gli orientamenti per i futuri negoziati sulla Brexit. I punti principali riguardano la necessità di un accordo di libero scambio che sostituisca la partecipazione del Regno Unito al mercato unico (“la salvaguardia dell’integrità del mercato unico esclude la partecipazione ad esso su base settoriale. Un paese che non è membro dell’Unione e non rispetta i medesimi obblighi di un membro non può avere gli stessi diritti e godere degli stessi vantaggi di un membro”); i diritti dei cittadini (“il diritto di ogni cittadino dell’UE e dei suoi famigliari di vivere, lavorare o studiare in qualunque Stato membro dell’UE è un aspetto fondamentale dell’Unione europea: assieme ad altri diritti previsti dalla legislazione dell’UE, ha plasmato le vite e le scelte di milioni di persone. La prima priorità dei negoziati sarà concordare garanzie reciproche intese a salvaguardare, alla data del recesso, lo status e i diritti derivanti dal diritto dell’Unione dei cittadini dell’UE e del Regno Unito, e delle relative famiglie, interessati dal recesso del Regno Unito dall’Unione”); e l’esclusione del Regno Unito dagli ambiziosi accordi commerciali che l’UE ha negoziato con i Paesi terzi (“in seguito al recesso, gli accordi conclusi dall’Unione, oppure dagli Stati membri a nome dell’Unione o dall’Unione e dai suoi Stati membri congiuntamente, non riguarderanno più il Regno Unito. L’Unione manterrà i propri diritti e obblighi rispetto agli accordi internazionali”).

L’avvio dei negoziati

La data di avvio formale dei negoziati è il 19 giugno 2017: Michel Barnier, capo negoziatore dell’UE, e David Davis, ministro per l’uscita dall’Unione europea, avviano il primo ciclo di negoziati a Bruxelles. Parte così il negoziato infinito.
La prima decisione dell’UE riguarda il trasferimento delle agenzie dell’UE fino a quel momento situate nel Regno Unito: l’Agenzia europea per i medicinali (EMA), che sarà poi spostata ad Amsterdam, e l’Autorità bancaria europea (EBA), spostata invece a Parigi.
Le questioni dirimenti sono tre: diritti dei cittadini, la questione del confine irlandese e gli obblighi finanziari del Regno Unito nei confronti dell’UE. Vengono discussi in sei occasioni negoziali entro la fine dell’anno.
Nel gennaio 2018 si inizia a parlare di un periodo di transizione durante il quale l’insieme dell’acquis dell’UE continuerà ad applicarsi al Regno Unito come se fosse uno Stato membro, ma il Regno Unito, in quanto già paese terzo, non parteciperà più alle istituzioni e ai processi decisionali dell’UE.

Caos a Westminster

A marzo è ormai chiaro che i negoziati sono molto difficili e per la prima volta “i leader dell’UE a 27 rilevano che le attuali posizioni del Regno Unito limitano la portata di tale futuro partenariato”. Nel settembre 2018 i leader europei affermano ufficialmente che non vi sarà alcun accordo di recesso senza una salvaguardia (backstop) solida, operativa e giuridicamente vincolante per quanto riguarda l’Irlanda. I negoziati si susseguono senza sosta con l’obiettivo di trovare una soluzione per evitare una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord.
Il 25 novembre 2018 i leader dell’UE a 27 approvano il progetto di accordo di recesso per la Brexit e il progetto di dichiarazione politica sulle future relazioni UE-Regno Unito. Ma qui arrivano i primi grossi problemi per il governo May: il 15 novembre il segretario di Stato per la Brexit (Dominic Raab) si dimette in segno di disaccordo e soprattutto il parlamento britannico vota contro la ratifica ben tre volte tra i mesi di gennaio e marzo 2019. Theresa May, dopo aver chiesto una proroga per la Brexit, si dimette e le successive elezioni anticipate sono vinte da Boris Johnson. L’immagine che plasticamente rappresenta questo momento potrebbe essere la celebre foto di Johnson che arriva da un paracadute sventolando lo Union Jack.

La Brexit vera e propria

Siamo arrivati alla fine del 2019: il Consiglio europeo approva l’accordo di recesso riveduto e la dichiarazione politica riveduta. In parallelo però inizia a delinearsi sempre di più lo scenario del No Deal, una Brexit senza accordo.
I presidenti Charles Michel e Ursula von der Leyen firmano a Bruxelles l’accordo di recesso: è il 24 gennaio 2020. Il giorno stesso il documento viene poi firmato a Londra dal primo ministro Boris Johnson. Cinque giorni dopo arriva l’ok del Parlamento Europeo in una commovente seduta.
Il Regno Unito è fuori dall’UE dal 31 gennaio 2020 a mezzanotte (ora di Bruxelles).
Dal giorno successivo parte il periodo di transizione che si concluderà il 31 gennaio prossimo.

Questo ultimo anno non è stato privo di nuovi colpi di scena: il 9 settembre 2020 il governo Johnson ha presentato una nuova legislazione sul mercato interno che avrebbe scavalcato parti fondamentali dell’accordo di recesso concordato con l’Ue, il famoso Withdrawal Agreement, rispetto alla decisione su quali merci che viaggiano dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord debbano essere soggette a tariffe. Si è messo in mezzo anche Joe Biden, il presidente eletto degli Stati Uniti, che ha pubblicamente esortato il Regno Unito a non fare nulla che potesse minare l’accordo di pace del Venerdì Santo del 1998, esplicitando che se quella legge fosse stata approvata “ogni accordo commerciale futuro tra Usa e Regno Unito sarebbe assolutamente escluso”.
A ottobre, poi, c’è stato forse l’ultimo colpo di scena prima che si scriva la parola “fine” a questa saga: nell’ambito delle complesse trattative sui diritti di pesca, il rappresentante belga presso l’Ue, Willem van de Voorde, si è appellato ad un trattato del lontano 1666, firmato dal re Carlo II per concedere alla città fiamminga di Bruges il diritto perpetuo di mandare 50 barche a pescare al largo dell’Inghilterra.

Quella che rischiava di essere una tragedia, infatti, nel corso di questi quattro anni e mezzo, si è rivelata invece molto più simile ad una commedia, e a tratti addirittura una farsa.

Brexit, avvertimento alle imprese Ue: accelerare la pianificazione in caso di "no deal"

La Gran Bretagna e la “scheggia impazzita” del governo Johnson rischiano molto; preoccupazione soprattutto per il tessuto imprenditoriale. Anche l’Unione europea deve organizzarsi per un eventuale “no deal” dopo la decisione britannica di non prolungare il periodo di transizione.

Essere pronti a …