Brexit, violenze e tensioni: i cento anni dell’Irlanda del Nord sempre più divisa

Scontri tra unionisti, polizia e repubblicani in Irlanda del Nord nell'aprile 2021. [EPA-EFE/Mark Marlow]

Il trattato del 1921 sancì la fine della guerra di indipendenza e la nascita delle due “Irlande” creando, di fatto, i presupposti per una costante instabilità, attenuatasi con gli accordi del 1998 e ritornata prepotentemente con la Brexit.

“Cento anni vissuti pericolosamente”, così si potrebbe sintetizzare il secolo di età compiuto dall’Irlanda del Nord, lunedì 3 maggio. Nel 1921 esso pose fine alla Guerra di indipendenza irlandese e sancì la nascita delle due ‘Irlande’: una indipendente amministrata da Dublino, l’altra legata alla corona britannica (ma con una buona dose di autonomia, soprattutto dal 1998, anno dell’Accordo del Venerdì Santo).

Con la stipula del 1921, 26 delle 32 contee dell’isola godettero dell’autodeterminazione divenendo Stato sotto la Bratach na hÉireann, la bandiera irlandese. Le quattro contee restanti, raccolte in una porzione situata a nord dell’isola ed incluse nella regione storica dell’Ulster, divennero l’Irlanda del Nord, quello che sarebbe diventato poi l’epicentro delle tensioni e delle violenze che culminarono nei Troubles, il termine usato per identificare la guerra a bassa intensità che sconvolse la regione dalla fine degli anni ’60 alla fine dei ’90 (che costò 3.500 vittime), con contraccolpi ed estensione delle violenze anche alle vicine Eire e, soprattutto, Inghilterra.

Mentre l’Irlanda, pochissimi mesi dopo il Trattato del ’21, avrebbe fatto i conti con una Guerra civile tra chi era favorevole e chi no alla nuova struttura geografica, normalizzando poi la situazione negli anni fino ad arrivare a costituire la Repubblica nel 1949, la robusta presenza protestante filo-britannica concentrata nel Nord, rappresentata politicamente da unionisti e lealisti, si sarebbe scontrata con i cattolici filo-Eire, politicamente legati a schieramenti repubblicani o detti comunemente ‘nazionalisti’, imperniati di quell’irredentismo che vorrebbe un’Irlanda unita completamente amministrata da Dublino entro i confini dell’isola.

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Gli scontri tra forze dell’ordine ed estremisti lealisti vanno ormai avanti in diverse località dell’Ulster da oltre una settimana e si sono estesi anche alle frange repubblicane. Polizia in affanno, si teme un’escalation nel weekend.

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Se l’Accordo del Venerdì santo del 1998 mise fine a stragismo, attentati politici e guerriglia combattuta strada per strada, la Brexit ha risvegliato quel sentimento di ‘disordine’ che la diplomazia anglo-irlandese, con il grosso contributo di quella statunitense, riuscì comunque a contenere, operando verso il disarmo dei gruppi paramilitari ed evitando bruschi ritorni agli episodi di guerriglia del passato.

Centenario di tensioni e incertezze future

L’arrivo del centenario coincide non solo con il ritorno delle tensioni, acuite dal post-Brexit, ma anche con le dimissioni di Arlene Foster, primo ministro del Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord. Gli unionisti hanno perso la loro storica presa sul potere parlamentare, regionale e nazionale dell’Irlanda del Nord, mentre l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea ha radicalmente alterato lo status internazionale nordirlandese.

Le incomprensioni sulla Brexit, gli errori strategici e infine la ripresa delle violenze da parte dei lealisti filo-britannici, poi estese anche all’ala radicale repubblicana, hanno influito sulla scelta della premier di Belfast.

Durante i periodi intorno al referendum del 2016 per l’addio, o meno, all’Unione europea, in più occasioni fu reso noto che i problemi post-Brexit sarebbero stati caratterizzati non solo dalle già (molto) serie questioni doganal-commerciali, ma anche da un risveglio del conflitto nordirlandese.

Le estenuanti trattative, concluse con un drammatico accordo dell’ultima ora alla vigilia di Natale 2020 (l’addio a Bruxelles sarebbe entrato in vigore giusto una settimana dopo), hanno previsto un apposito protocollo per l’Irlanda del Nord per evitare un confine ‘rigido’ con l’Eire, spostando la linea di demarcazione tra Ue e Regno Unito nel mare d’Irlanda.

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In sostanza, le preoccupazioni degli schieramenti politici che si contendono l’Ulster, vedevano da una parte i cattolici legati all’Irlanda temere per una netta separazione tra l’Eire e la zona nordirlandese che risponde a Londra.

Diversamente, gli unionisti filo-britannici riferibili al protestantesimo, fieri sostenitori della Brexit non vedevano di buon occhio un potenziale sbilanciamento dell’Ulster verso Dublino ma, con il protocollo Ue-Uk, hanno accettato i nuovi equilibri per l’area economica irlandese; salvo poi ricredersi una volta entrata in vigore la Brexit dal Primo gennaio 2021.

Dal boicottaggio dei festeggiamenti alla corsa per la leadership Dup

L’ufficio britannico per l’Irlanda del Nord ha promesso che le celebrazioni del centenario “evidenzieranno la forza e la bellezza delle diverse prospettive e identità” nella provincia e nel resto del Regno Unito, ma gli eventi sono necessariamente fondati sulla premessa che le aree governate da Belfast siano parte del Regno Unito, rispondenti alla regina Elisabetta II in qualità di capo di Stato.

Come da tradizione è prevista la cerimonia della “rosa del centenario” che viene presentata alla regnante per ornare il suo giardino, una simbologia sicuramente poco gradita ai repubblicani, in particolare all’ala più radicale.

Per dare rappresentanza anche alla parte cattolica, il programma include eventi con i rami d’ulivo intesi a dimostrare il sostegno della comunità nazionalista, compresa una funzione religiosa interconfessionale e la fondazione di un fondo “per la storia condivisa”. I due principali partiti repubblicani però, Sinn Fein e Sdlp, hanno boicottato il tavolo organizzativo degli eventi.

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Invece, alcuni unionisti, apparentemente insoddisfatti dalla retorica neutrale del governo britannico, hanno istituito un comitato di celebrazione con “una tabella di marcia verso i prossimi 100 anni dell’Irlanda del Nord”.

Intanto, dopo le dimissioni della Foster, nel Dup si è aperta per la prima volta in cinquanta anni di storia una nuova contesa per il vertice, dopo che sir Jeffrey Donaldson ha annunciato la sua candidatura alla guida del partito e di conseguenza del governo regionale con sede a Belfast.

Donaldson è l’attuale capogruppo del Dup alla Camera dei Comuni di Westminster che, oltre a promettere una riforma del partito, preme per una puntuale individuazione delle priorità politiche degli unionisti, soprattutto in rapporto al Protocollo per l’Irlanda del Nord. La settimana scorsa aveva annunciato la corsa alla leadership Edwin Poots, ministro dell’agricoltura del governo regionale.

La regina ha detto che “la pace continua” in Irlanda del Nord è un “merito del suo popolo”, in un messaggio al paese per il centenario, parlando anche dei ricordi che ha condiviso in quei luoghi con il Duca di Edimburgo, morto il mese scorso all’età di 99 anni.

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Tra l’altro, è di questi giorni un importante annuncio che riporta, in un certo senso direttamente, a Filippo, dopo che la presidente Sinn Fein Mary Lou McDonald si è scusata per l’omicidio ad opera dell’Ira di lord Louis Mountbatten e di alcuni suoi familiari, fatti saltare in aria sulla loro imbarcazione mentre navigavano lungo la costa nordirlandese nel 1979. Mountbatten fu una presenza fondamentale della vita del consorte della monarca inglese, nonché del principe di Galles, Carlo.

Un messaggio distensivo che parla di una volontà di pace da parte repubblicana anche se, più o meno nelle stesse ore, alla Divis Tower di Belfast, è apparso un enorme striscione (firmato Sinn Fein) che recitava nel suo messaggio principale “Un’Irlanda unita è per tutti”.

Lo storico leader repubblicano Gerry Adams non ha mancato di pubblicare le foto sulla sua pagina Facebook, parlando di “messaggio chiaro” e aggiungendo che “è ora di costruire una nuova Irlanda”. Secondo le autorità locali, esso potrebbe essere inteso come provocatorio dai lealisti filo-britannici. Nella mattinata del 3 maggio è stato rimosso.