Brexit: un’occasione per avere un’Europa federale?

epa08817703 L'attivista pro-europeo Steve Bray manifesta durante i colloqui sulla Brexit a Londra, in Gran Bretagna, il 13 novembre 2020. Secondo le notizie di cronaca, lo stallo sulla Brexit è stato causato anche delle lotta intestina al n. 10 di Downing Street per il licenziamento di Dominic Cummings. I negoziati continuano, ma il tempo ormai scarseggia. EPA-EFE/ANDY RAIN

I politici britannici parlano spesso di Brexit come di un’opportunità per sfuggire alle catene di Bruxelles, ma il divorzio da Londra faciliterà anche un rilancio dell’integrazione europea?

Con l’uscita del Regno Unito, l’Ue perde la sua seconda economia, dopo quella tedesca e l’unica potenza militare europea dotata di armi nucleari, oltre alla Francia. Viene però a mancare anche lo Stato che più di tutti aveva avanzato dubbi sulla “ever closer union”.

Secondo alcuni di coloro che sostengono una maggiore integrazione tra i restanti 27 Stati membri si è dunque aperta una finestra di opportunità, ma la scissione potrebbe anche rivelare ulteriori divisioni interne all’Unione, rimaste in ombra fino all’esplosione del caso Brexit.

La decisione presa nel Consiglio europeo di luglio di passare al prestito congiunto per finanziare un piano di recupero post coronavirus per l’Unione è un segno di ciò che si può ora realizzare.

La decisione di lanciare un Recovery Plan finanziato grazie all’emissione di titoli di debito europeo sembra a molti già la prima avvisaglia di cosa l’Unione potrà ora realizzare, senza l’ostacolo politico rappresentato dal Regno Unito.

“Con gli inglesi non ne avremmo nemmeno discusso, avrebbero detto subito di no”, ha detto all’agenzia AFP il professore francese Robert Frank, che ha scritto un libro sulle difficili relazioni europee della Gran Bretagna.

II Recovery Plan rappresenta in effetti una vera e propria svolta nella storia dell’Unione. “Creerà una politica fiscale comune per l’Ue che non ha mai avuto prima”, dice Andrew Duff, ex eurodeputato britannico e federalista europeo, ora visiting fellow presso l’European Policy Centre.

Il meccanismo di finanziamento del Recovery Plan è stato però contrastato da una coalizione di Paesi cosiddetti frugali – Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia – che una volta avrebbero contato sul sostegno britannico.

Trovato però l’accordo tra Francia e Germania – che in passato si è opposta a qualsiasi debito comune dell’Ue – in favore del piano, questi piccoli Stati sono rimasti isolati e alla fine hanno dovuto scendere a compromessi.

“Non è una strategia predeterminata o immaginata con chiarezza, ma è un passo verso una Ue più federale”, sostiene Duff. Secondo questa interpretazione, la Brexit lascia libero il presidente francese Emmanuel Macron di portare avanti un’agenda in favore di una maggiore integrazione europea.

I frugali resistono

Altri osservatori vedono però problemi all’orizzonte, con le economie di mercato più piccole e più aperte che devono esporsi di più contro Parigi e Berlino, ora che il loro alleato britannico non c’è più.

“Penso che staremo sicuramente peggio”, dice Eoin Drea, un ricercatore irlandese del Wilfred Martens Centre for European Studies. Secondo Drea sarà certamente un “focus accentratore” da parte di Francia e Germania – sostenuto da Italia e Spagna – ma a questo resisteranno l’Irlanda, i frugali e l’Europa dell’Est.

Dublino sarà sotto pressione per le sue basse aliquote d’imposta sulle società e i Paesi Bassi e la Svezia potrebbero trovarsi obbligati a partecipare maggiormente alla solidarietà europea auspicata da molti. Anche Polonia e Ungheria si trovano in difficoltà vista la loro allergia allo Stato di diritto.

Le divisioni interne all’Ue non si prospettano allora solo come politiche, ma sono fondate sulla ragion d’essere dell’Unione. Non è quindi affatto da escludere una prospettiva che vede un blocco di Paesi dell’Ue, guidati da Francia, Germania, Italia e Spagna, continuare il progetto di integrazione anche in senso politico, dotandosi dunque di quegli strumenti necessari a rispondere alle crisi interne ed esterne.

Gli Stati membri non pronti a questo passaggio verso l’unione politica dell’Europa, prospettata fin dall’inizio da padri e madri fondatori dell’Europa, sarebbero allora messi alle strette. Rinunciare al mercato unico europeo è un enorme rischio per una potenza globale come la Gran Bretegna, sarebbe un completo suicidio per Paesi con economie molto meno forti ed affermate.

Ecco allora che si prospetterebbe l’idea di un’Europa a cerchi concentrici, dotata di un nucleo federale, ma che mantiene comunque vivo un mercato comune europeo più ampio. Il vantaggio di una tale prospettiva sarebbe quello di liberare finalmente l’Ue dalle lentezze dei veti incrociati che stanno complicando non poco l’efficacia delle risposte europee alle innumerevoli crisi manifestatesi negli ultimi anni.

E il Regno Unito?

La Gran Bretagna, come la Francia, è un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma anche come membro dell’Ue la sua politica di sicurezza si è concentrata sulla Nato e sugli stretti legami con gli Stati Uniti. L’Ue sta quindi perdendo un membro potente, ma sarà più facile per la Francia costruire una strategia globale dell’Ue più indipendente?

“La Gran Bretagna non è mai stata a favore dell’emergere di una strategia di sicurezza europea autonoma”, ha detto Pierre Vimont, un ex diplomatico francese di alto livello e collaboratore di Carnegie Europe. “Ora, dopo Brexit, è proprio il momento in cui comincia a nascere una Europa della difesa”.

La Gran Bretagna rimane però nella Nato con la maggior parte dei membri dell’Ue, e Londra continua a mantenere relazioni molto strette con Parigi e Berlino su molte questioni. “Londra vorrà mantenere un rapporto privilegiato con Francia e Germania”, ha detto Vimont, prevedendo che il Regno Unito “rientrerà dalla finestra” per unirsi al dibattito sulla politica estera europea.

Accordo cercasi

Intanto però le trattative per trovare un accordo last minute sulla Brexit proseguono. Il capo negoziatore britannico, David Frost ha dichiarato in un tweet: “Stiamo lavorando per ottenere un accordo, ma l’unico possibile è quello compatibile con la nostra sovranità e che riprenda il controllo delle nostre leggi, del nostro commercio e delle nostre acque. Questa è stata la nostra posizione fin dall’inizio e non la cambierò”.

Lo scorso 13 novembre intanto l’assistente senior di Johnson, Dominic Cummings – uno degli artefici della vittoria del “leave” nel referendum del 2016 – è stato licenziato, come risultato della lotta tra fazioni che animano l’atmosfera – politica e non – del numero 10 di Downing Street, dimora del primo ministro. Questo ulteriore rivolgimento sembra però destinato a non cambiare la direzione dei negoziati commerciali.

I funzionari di entrambi i lati della Manica guardano ad un videoconferenza dei leader dell’Ue,  il prossimo 19 novembre, come all’ultima occasione per fare un passo avanti, lasciando giusto il tempo necessario per la ratifica di un accordo da parte del Parlamento europeo.

Questo dà a Barnier e Frost quattro giorni e quattro notti per colmare differenze rimaste invariate da marzo. “La logica e la ragione punterebbero tutte ad un accordo”, ha detto un diplomatico dell’Ue con un occhio di riguardo ai colloqui.

“Ma se qualcosa è diventato chiaro negli ultimi tre anni”, ha affermato laconicamente Barnier, “quando si tratta di Brexit, la logica economica e la logica pura non bastano a spiegare quello che sta succedendo”.