Brexit, trattative in bilico: “Non ci sono ancora le condizioni per un accordo”

Il primo ministro britannico Boris Johnson. [EPA-EFE/JESSICA TAYLOR/UK PARLIAMENT]

La telefonata tra Von der Leyen e Johnson non è riuscita a sbloccare lo stallo. I due si incontreranno a Bruxelles.

“Con Boris Johnson abbiamo fatto il punto delle trattative. Non sussistono le condizioni per un accordo a causa di divergenze residue sulle criticità. Abbiamo chiesto ai nostri capi negoziatori di preparare una panoramica delle restanti differenze da discutere di persona nei prossimi giorni”, ha dichiarato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen al termine della chiamata con il primo ministro britannico di lunedì 7 dicembre. I due si erano già sentiti domenica sera, ma con scarso successo. Per questo hanno deciso di incontrarsi di persona. Il faccia a faccia si terrà a Bruxelles nei prossimi giorni.

L’accordo sembra ancora molto lontano e il tempo stringe, ma si continua a trattare a oltranza. Domenica il primo ministro irlandese Micheal Martin ha dichiarato che c’è ancora un 50% di probabilità di arrivare a un’intesa. I negoziati si sono incagliati su tre questioni: la pesca, la parità di condizioni per evitare la concorrenza sleale, in particolare sugli aiuti di Stato, e la modalità di risoluzione delle future controversie. I ministri degli Affari europei martedì 8 dicembre, in una videoconferenza faranno il punto della situazione in vista Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre.

Il cambio di rotta sull’Internal Market Bill

Prima della telefonata tra Johnson e Von der Leyen, il ministro Michael Gove avrebbe annunciato al commissario Ue Maros Sefcovic che il governo di Londra intende ritirare quegli articoli dell’Internal Market Bill che violano l’accordo di recesso. Indiscrezione confermata da una nota. “Le discussioni continuano a progredire e le decisioni finali sono attese nei prossimi giorni – si legge nel comunicato – Se le soluzioni prese in considerazione in tali discussioni saranno concordate, il governo britannico sarà disposto a rimuovere la clausola 44 della legge sul mercato interno britannico, relativa alle dichiarazioni di esportazione. Il governo del Regno Unito sarebbe inoltre disposto a disattivare le clausole 45 e 47, relative agli aiuti di Stato, in modo che possano essere utilizzate solo se coerenti con i diritti e gli obblighi del Regno Unito ai sensi del diritto internazionale”.

Il costo di un no deal

In caso di no deal a pagare il prezzo più alto sarebbe proprio Londra. Dazi e barriere tariffarie potrebbero ostacolare il commercio, con un aumento dei prezzi per i consumatori e le imprese britanniche. Secondo la Confederation of British Industry il 90% delle esportazioni del Regno di Sua Maestà sarebbe soggetto a dazi.

L’impatto sarebbe fortemente avvertito dall’industria automobilistica sia in Gran Bretagna che in Europa. Le case automobilistiche britanniche si troverebbero ad affrontare una tariffa del 10% su tutte le esportazioni di auto verso l’Ue e fino al 22% per camion e furgoni. Gli accordi commerciali raggiunti finora dal Regno Unito, come quello con il Giappone, non saranno in grado di compensare del tutto l’uscita dal mercato unico europeo. Inoltre ci sarà il problema di gestire i controlli alle frontiere, si prevedono già chilometri di code lungo le strade del Kent.

Per non parlare dell’Irlanda del Nord. Per salvare il processo di pace avviato con l’Accordo del venerdì santo è necessario evitare che ci sia una frontiera fisica tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. L’attuazione della Brexit invece richiede che tra il Regno Unito e il resto dell’Unione europea, di cui la Repubblica d’Irlanda continua a far parte, vengano ripristinate frontiere e barriere commerciali.