Brexit, retromarcia di Johnson sull’accordo di recesso: no deal sempre più vicino

Il Primo Ministro britannico Boris Johnson interviene durante le interrogazioni del Primo Ministro alla House of Commons di Londra il 2 settembre. [EPA-EFE/JESSICA TAYLOR/UK PARLIAMENT /]

Il governo del Regno Unito sta lavorando ad una nuova legislazione sul mercato interno che scavalcherà parti fondamentali dell’accordo di recesso concordato con l’Ue. Le trattative per l’accordo di divorzio, già in stallo, ora rischiano di naufragare.

Quando tra qualche anno gli studenti britannici dovranno studiare il fenomeno Brexit su un libro di scuola non sarà facile spiegare loro esattamente come è maturato il divorzio con l’Unione europea. All’indomani del risultato del referendum sulla Brexit, la maggior parte degli opinionisti e degli esperti focalizzavano la loro attenzione su cosa sarebbe accaduto nell’Ue, su cosa avrebbe significato quel voto dirompente per il futuro dell’Unione e su quale sarebbe potuto essere il prossimo Stato ad abbandonare la nave. In realtà, se proviamo ad immaginarci come sarà scritto tra qualche anno il capitolo sulla Brexit di un libro di scuola per gli studenti britannici, probabilmente leggeremmo soprattutto di cosa è successo nel Regno Unito e nella politica britannica. Perché in Europa in effetti, nonostante le paure iniziali dei commentatori, non c’è stato nessun grande sconvolgimento generato dalla Brexit.

Brexit e imprese, la checklist europea per prepararsi alla svolta

A prescindere dall’esito delle trattative tra Londra e Bruxelles, sempre più a rischio “no deal”, dal 1 gennaio 2021 le cose non saranno più come prima. Dalle norme doganali alla proprietà intellettuale, i cambiamenti coinvolgono moltissimi settori.
Centoventotto giorni – ora …

La politica britannica, al contrario, è rimasta avvitata sul tema, prima con il governo May e poi con il governo Johnson. Mentre il periodo di transizione volge al termine e mentre si assottiglia il tempo per trovare un accordo commerciale tra le due parti prima del 31 dicembre 2020, arriva un altro colpo di scena: il disegno di legge sul mercato interno – la cui pubblicazione è prevista per mercoledì prossimo – dovrebbe minare parti dell’accordo di recesso concordato con Bruxelles, in settori delicatissimi per le trattative, aiuti di Stato e  dogane dell’Irlanda del Nord. La notizia è del Financial Times. In gioco c’è l’accordo sull’Irlanda del Nord che Boris Johnson ha firmato lo scorso ottobre per evitare il ritorno ad un confine rigido con la regione.

Immediata la reazione di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che su Twitter scrive: “Confido nel fatto che il governo britannico attui il Withdrawal Agreement, un obbligo previsto dal diritto internazionale e un prerequisito per qualsiasi futura partnership. Il protocollo sull’Irlanda/Irlanda del Nord è essenziale per proteggere la pace e la stabilità sull’isola e l’integrità del mercato unico”.
Anche i laburisti però si sono fatti sentire, accusando il primo ministro di rinnegare gli obblighi internazionali del Regno Unito e definendo il disegno di legge “un atto di immensa malafede: un atto che sarebbe stato visto in modo negativo dai futuri partner commerciali in tutto il mondo”.

Il disegno di legge sul mercato interno è pensato per garantire il “funzionamento senza soluzione di continuità” del commercio tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord dopo che il Regno Unito avrà lasciato il mercato unico e l’unione doganale dell’Ue, ma alcune clausole del disegno di legge scavalcheranno di fatto alcune parti del cosiddetto protocollo dell’Irlanda del Nord, che è stato firmato insieme all’accordo di recesso dall’Ue a ottobre. Lo scopo del protocollo è di mantenere aperto il confine tra Irlanda del Nord, parte del Regno Unito, e Irlanda, Stato membro Ue, e allo stesso tempo proteggere l’integrità del mercato unico europeo: è stato concordato che l’Irlanda del Nord rimanga parte del territorio doganale del Regno Unito, allo stesso tempo rispettando gran parte degli obblighi relativi all’unione doganale dell’Unione europea.

Questa mossa del governo Johnson rischia di minare definitivamente la possibilità di uscire dall’impasse negoziale per definire un accordo sulle relazioni commerciali tra Regno Unito e Unione europea al termine del periodo di transizione. Il premier britannico ha provato ad alzare i toni e a dare un ultimatum all’Ue ma le sue parole hanno avuto soprattutto l’effetto di consolidare l’ipotesi di un’uscita senza accordo. Un fatidico No Deal da cui però sarebbe proprio il Regno di Sua Maestà a trarre le conseguenze peggiori.
In attesa dell’inizio dell’ottavo round negoziale, David Frost, il capo negoziatore per il Regno Unito su un accordo commerciale post-Brexit ha affermato che il governo di Boris Johnson non ha “paura” di abbandonare le trattative senza che vi sia un accordo, facendo eco all’ultimatum del premier che ha identificato il 15 ottobre come termine ultimo per trovare un accordo che scongiuri il No Deal.

Brexit, Le Drian: "L'atteggiamento irrealistico di Londra ha fatto arenare le trattative"

Le discussioni su un accordo commerciale post-Brexit tra l’Ue e il Regno Unito si sono arenate “a causa dell’atteggiamento intransigente e, ad essere sinceri, irrealistico del Regno Unito”, ha avvertito lunedì (31 agosto) il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le …

La scorsa settimana, il capo negoziatore dell’Ue Barnier aveva detto di essere “preoccupato e deluso” dal rifiuto del Regno Unito di offrire compromessi, mentre il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian aveva attribuito la colpa della mancanza di progressi nei negoziati “all’atteggiamento intransigente e, ad essere sinceri, irrealistico del Regno Unito”. Secondo Frost, invece, la colpa dell’impasse sarebbe da imputare alla squadra di Theresa May che avrebbe condotto male le trattative e avrebbe fatto in modo che l’Ue “non prendesse sul serio la nostra parola”. Ne è nata una schermaglia interna: Gavin Barwell, capo dello staff di Theresa May, ha rispedito al mittente le accuse, sottolineando che il 95% dell’accordo di recesso firmato da Johnson è stato negoziato proprio dal governo precedente.

Uno scambio di accuse che sembra in netta contraddizione con il messaggio di Johnson: mentre il premier rivendica che il No Deal non sarebbe un problema, è già partita la corsa per trovare il colpevole del fallimento delle trattative, da accusare di tutto ciò che proprio il No Deal scatenerebbe.