Brexit, paura e zero fiducia nel governo Uk: un cittadino Ue su quattro teme discriminazioni

Manifestante nazionalista nelle vie di Londra: a fomentare la Brexit anche la presenza di cittadini europei nel Regno Unito. [EPA-EFE/ANDY RAIN]

È quanto emerge da un sondaggio indipendente condotto su alcune persone dell’Unione europea che vivono nel Regno Unito e che consegna un sentimento di inquietudine e insicurezza.

Disparità di trattamenti, mancanza di fiducia nella pubblica amministrazione e un generale scenario di insicurezza: sono i sentimenti che emergono da un sondaggio su 3.000 cittadini dell’Unione europea residenti nel Regno Unito.

A condurre l’indagine statistica è stata l’Autorità di monitoraggio indipendente per gli accordi sui diritti dei cittadini (Ima), organo di controllo delle prerogative dei cittadini dell’Ue che vivono oltremanica, istituito per la protezione dei loro diritti nel dopo Brexit. Il presidente dell’organizzazione è Ashley Fox, ex deputato conservatore.

Già nei giorni scorsi, come abbiamo riportato sul nostro giornale, è stato denunciato come migliaia di cittadini europei si trovino in una sorta di limbo per ciò che riguarda la libertà di movimento. Addirittura, chi arriva senza visto viene trattenuto alla frontiera.

Anche se il Regno Unito non fa più parte dell’Ue dopo l’attuazione della Brexit, si tratta di un comportamento molto serio e preoccupante, in controtendenza ad altri paesi europei extra-Ue (e che hanno in genere relazioni diplomatiche meno fitte rispetto a quelle che ha l’Uk con i paesi dell’Unione), solitamente non richiedono l’obbligo del visto e spesso neanche il passaporto, ma è sufficiente una carta d’identità valida per l’espatrio.

Brexit, migliaia di cittadini europei nel limbo. E chi arriva senza visto viene trattenuto alla frontiera

A meno di 50 giorni dalla scadenza del periodo di transizione per richiedere lo status di residente, ci sono oltre 320 mila domande inevase, denunciano le Ong.

Centinaia di migliaia di cittadini europei potrebbero trovarsi in un limbo dopo il 30 …

La libera circolazione con il Regno Unito è terminata il 31 dicembre, al termine del periodo di transizione successivo alla Brexit, sostituito dall’accordo commerciale e di cooperazione Ue-Uk che sta generando problemi.

Ad esserne colpiti, oltre ai cittadini Ue (quelli che vivono nel Regno hanno tempo fino al 30 giugno per ottenere il loro status di prestabilito o residente), anche diversi settori economici. E poi ci sono le questioni della sicurezza in Irlanda del Nord, la rinnovata vampata indipendentista in Scozia e le tensioni con la Francia nella Manica.

Tornando ai risultati del sondaggio, a soli 5 mesi dalla definitiva uscita di Londra dall’Ue, essi fotografano una generale inquietudine dei cittadini europei in Uk. Infatti il 30% degli intervistati ha affermato di temere che i propri diritti non vengano garantiti dagli enti pubblici, mentre il 50% non era nemmeno conoscenza di quali fossero i propri diritti e 1 cittadino su 10 sta valutando la possibilità di lasciare il Regno Unito dopo il 30 giugno, termine ultimo per presentare le domande.

Infine, il 31% ha detto di non avere fiducia nel governo britannico e l’11% ha indicato la Brexit come causa di questa insicurezza. Numeri che possono non stupire, ma che rendono chiaro il quadro che si presenta ad un cittadino europeo in quei luoghi.

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Kathryn Chamberlain, amministratrice delegata Ima, ha affermato che “è chiaro che ci sono problemi di fiducia per i cittadini dell’Ue” e che “c’è una reale necessità che le autorità pubbliche di tutti i tipi agiscano per costruire questa fiducia attraverso le loro azioni e riconoscendo anche il ruolo che svolgono nella promozione dei diritti dei cittadini nella legislazione, nella politica e nella pratica”.

“Continueremo a impegnarci e a lavorare con gli enti pubblici per assicurarci che comprendano questi diritti”, ha aggiunto Chamberlain, con lo sguardo rivolto ai mastodontici numeri delle richieste inoltrate dalle persone provenienti dall’Ue.

Sono circa 5 milioni i cittadini dell’Unione che hanno presentato domanda di soggiorno nel Regno Unito e al 97% di questi è stato offerto lo status di residente, che concede il diritto di rimanere sul suolo britannico a tempo indeterminato; oppure il pre-settled status, che offre un soggiorno di cinque anni, al termine del quale è possibile richiedere lo status di residente.

Il ministero dell’Interno britannico è in completo affanno nel gestire le domande: un arretrato di oltre 320.000 richieste che stanno suscitando ulteriori preoccupazioni da parte dell’Ima e delle organizzazioni che si occupano dei diritti dei cittadini Ue.

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Se è vero che i brexiteers chiedevano più sovranità per il Regno Unito, lo è altrettanto che a regnare sovrana c’è la confusione sulle questioni di cittadinanza (e non solo). Un disordine, quello del governo Johnson, ricaduto soprattutto sui cittadini Ue che hanno ottenuto la residenza provvisoria, che mette a rischio il loro diritto alle prestazioni sociali, come il credito universale e l’indennità abitativa, di cui invece godono coloro che hanno ottenuto status di residente e, ovviamente, i cittadini britannici.

A venire incontro a coloro che hanno la residenza provvisoria è stata la Corte d’appello del Regno Unito, che in una sentenza del dicembre 2020 ha confermato che chi si trova in tale situazione deve essere trattato alla pari degli altri ricorrenti.

Vista la situazione potenzialmente esplosiva, il ministro dell’Immigrazione Kevin Foster ha provato a rassicurare gli animi: chi avrà “presentato domanda per lo schema di transazione dell’Ue entro la scadenza del 30 giugno”, ma non avrà “ricevuto un riscontro” fino ad allora, “vedrà i propri diritti protetti fino a quando la sua domanda non sarà espletata”, ha detto l’esponente dell’esecutivo.

L’Ima però continua a nutrire dubbi sulla gestione del problema ed ha affermato che, oltre ad essere in costante dialogo con il ministero dell’Interno, di avere “motivi ragionevoli per condurre un’indagine”.