Brexit e protezione dei dati: conto salato in caso di no-deal per le aziende del Regno Unito

Nubi sopra il quartiere finanziario di Canary Wharf a Londra. EPA-EFE/PIOGGIA

Fortissime preoccupazioni per gli imprenditori Uk dopo la pubblicazione di un rapporto sulla conformità ai flussi dei dati: in caso di uscita senza accordo i costi potrebbero comportare una spesa fino a 1,6 miliardi di sterline. 

Secondo un nuovo rapporto, diffuso lunedì 23 novembre, le imprese britanniche dovranno affrontare un conto fino a 1,6 miliardi di sterline. Questo sarà lo scenario se il governo di Boris Johnson non riuscirà a convincere l’Ue a concedere quella “decisione di adeguatezza” che consentirebbe la continuazione dei flussi di dati.

Il modello economico, utilizzato nel report dalla New economics foundation thinktank e dall’University college di Londra (UcL), stima che il costo aggiuntivo di conformità per le aziende che vogliono continuare a trasferire i dati andrà da una media di 3.000 sterline, per una micro-impresa, a quasi 163.000 sterline per una grande azienda.

Il rapporto si è basato su interviste a 60 professionisti legali, responsabili della protezione dei dati, rappresentanti di aziende e accademici, provenienti dal Regno Unito e dall’Ue.

In totale, il costo per le imprese del Regno Unito, in caso di mancata decisione per l’adeguatezza, sarebbe probabilmente compreso tra 1 miliardo e 1,6 miliardi di sterline. Questo costo aggiuntivo deriva dagli ulteriori obblighi di conformità, come la definizione di clausole contrattuali standard (Scc).

I contenuti stimano che, solo nel caso dell’UcL, l’università dovrebbe modificare e aggiornare più di 5.000 contratti.

Nel report si sostiene inoltre che i nuovi requisiti di conformità lasceranno il Regno Unito esposto a un maggiore rischio di multe Gdpr (General data protection regulation), oltre che un’esposizione alla riduzione degli investimenti e problemi di trasferimento delle funzioni aziendali, delle infrastrutture e del personale al di fuori del Regno Unito.

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A meno di sei settimane dalla fine del periodo di transizione e l’uscita del Regno Unito dal mercato unico dell’Unione europea, i colloqui su un patto commerciale Ue-Uk sono sull’orlo di una drammatica conclusione.

Tuttavia, anche se il Regno Unito accettasse e ratificasse un accordo commerciale post-Brexit con l’Ue entro la fine del 2020, sarà comunque necessaria una decisione sull’adeguatezza dei dati da parte della Commissione europea affinché i flussi transfrontalieri continuino.

Il Regno Unito ha già applicato il Gdpr Ue nella sua legislazione nazionale, ma in quanto “paese terzo” al di fuori dell’Unione, ha bisogno appunto di una “decisione di adeguatezza” – che stabilisce che un paese terzo ha un adeguato regime di protezione dei dati e che i dati personali europei possono essere trattati in quel paese.

Il digitale e la tecnologia rappresentano il 14,5% di tutte le esportazioni di servizi del Regno Unito, oltre 30 miliardi di sterline, rendendolo il più grande mercato digitale d’Europa.

L’esecutivo Ue sta attualmente conducendo una valutazione del panorama della protezione dei dati nel Regno Unito e da marzo sono in corso discussioni tra Bruxelles e Londra sull’adeguatezza dei dati.

Ma la decisione è tutt’altro che certa, soprattutto a causa delle preoccupazioni dell’Ue e della società civile sul regime di sorveglianza Uk e sull’alleanza di intelligence “Five Eyes”, che include, oltre al Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda e dalla quale scaturisce una rete che poggia anche su altri Stati europei e del mondo.

“Non sappiamo se il Regno Unito introdurrà o meno alcuni cambiamenti nella legislazione nazionale che potrebbero deviare dalla linea generale del regolamento generale sulla protezione dei dati”, ha dichiarato ad inizio anno Věra Jourová, commissario Ue per i Valori e la trasparenza.

Il rapporto Nef/UcL avverte che “le potenziali preoccupazioni dell’Unione europea per quanto riguarda la sicurezza nazionale del Regno Unito, la sorveglianza e il quadro dei diritti umani, così come un futuro accordo commerciale con gli Stati Uniti, rendono l’adeguatezza incerta”.

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La situazione sul fronte accordi

La scadenza della Brexit si avvicina e il Regno Unito ha una grande quantità di problemi da risolvere. Da quando la maggioranza dei suoi cittadini ha decretato la scelta per l’uscita dall’Ue, nel 2016, si sono alternati tre inquilini al numero 10 di Downing street (incluso l’immediatamente dimissionario Cameron) che non sono riusciti, di fatto, a trovare una quadra per gli accordi.

La speranza di trovare un accordo commerciale Ue-Uk entro questa settimana è la speranza di alcuni attori interessati da vicino alla vicenda Brexit, come il Taoiseach (Primo ministro) irlandese Micheál Martin, che si augura una buona riuscita.

Ma nel frattempo, a Bruxelles, il capo negoziatore dell’Ue Michel Barnier ha rinviato, quanto meno, le buone speranze per la chiusura entro la fine della settimana, affermando su Twitter che, dopo i colloqui tecnici dello scorso fine settimana, lunedì sono “proseguiti i negoziati con David Frost e le nostre squadre” e, ricordando che il tempo stringe, ha informato che “restano ancora divergenze fondamentali, ma continuiamo a lavorare sodo per un accordo”.

Insomma, la volontà pare non mancare a partire anche dal fatto che, nel caso si raggiungesse un accordo, il Parlamento europeo potrebbe riunirsi in una sessione straordinaria il 28 dicembre per l’approvazione. Nella migliore delle ipotesi, dunque, si andrà in ‘zona cesarini’.