Brexit e imprese, la checklist europea per prepararsi alla svolta

Il capo negoziatore dell'Unione europea Michel Barnier al termine di un incontro al 10 di Downing Street a luglio 2020. [EPA-EFE/WILL OLIVER]

A prescindere dall’esito delle trattative tra Londra e Bruxelles, sempre più a rischio “no deal”, dal 1 gennaio 2021 le cose non saranno più come prima. Dalle norme doganali alla proprietà intellettuale, i cambiamenti coinvolgono moltissimi settori.

Centoventotto giorni – ora più, ora meno – e il periodo di transizione stabilito per la Brexit sarà scaduto: Londra dovrà lasciare il mercato unico e l’unione doganale europea, che si sia raggiunto un accordo su come comportarsi da quel momento in poi oppure no. E mentre la prospettiva di un “no deal” torna a minacciare gli equilibri internazionali, il responsabile europeo per le trattative con il Regno Unito Michel Barnier rilancia via social una checklist per farsi trovare pronti: dal primo gennaio 2021 “i cambiamenti sono inevitabili”, mette in guardia, “i cittadini devono prepararsi”. Scambio di merci e prestazione di servizi, ma anche gestione dell’energia, dei diritti e delle proprietà intellettuali: tutto ciò che coinvolge il regno di Elisabetta II dovrà essere ricalibrato tenendo conto che da quel momento in poi ci si relazionerà a uno stato terzo. Ecco la “lista di controllo sulla preparazione alla Brexit” diffusa dalla Commissione europea.

Merci, servizi, accise e certificazioni: a cosa fare attenzione

Per le imprese il primo fronte su cui si noteranno differenze sarà quello delle merci. Chi dentro l’Ue acquista beni dal Regno Unito e li immette sul mercato europeo diventerà importatore, mentre chi distribuisce prodotti dall’Europa nel Regno Unito diventerà esportatore. Questo implica ottemperare a un nuovo insieme di obblighi imposti dalle norme applicabili dell’Unione. Le norme doganali del diritto europeo varranno per tutte le merci che entreranno nel territorio doganale comunitario dal Regno Unito o che lo lasceranno in direzione di Londra. Anche se tra Bruxelles e la Gran Bretagna fosse istituita una zona di libero scambio che preveda tariffe pari a zero – nessun contingente per le merci e la cooperazione doganale e normativa – tutti i prodotti scambiati tra l’Europa a 27 e i vecchi amici inglesi saranno soggetti alle verifiche e ai controlli di conformità applicabili alle importazioni ai fini della sicurezza, della salute e dell’ordine pubblico. Questo significa, nella migliore delle ipotesi, tempi di approvvigionamento più lunghi.

Altra questione di cui tenere conto, nella filiera produttiva, è quella dell’origine: merci e materiali che provengono dal Regno Unito o che sono stati lavorati lì diventeranno “non originari”. Le dichiarazioni dei fornitori dovranno adattarsi di conseguenza. Su beni e servizi in arrivo da Londra si potranno esigere accise, mentre le autorizzazioni all’immissione in commercio rilasciate dalle autorità britanniche non saranno più valide per introdurre prodotti sul mercato dell’Unione. Ciò significa che un’automobile omologata a Bristol o a Glasgow non potrà più essere venduta nel mercato unico: tutte le certificazioni, le autorizzazioni e le marcature di qualcosa da vendere nell’Unione che avevano sede a Londra e dintorni dovranno esser trasferite in uno dei 27 Paesi che oggi si riconoscono nella bandiera a 12 stelle. Il discorso non si applica all’Irlanda del Nord, per cui vale un protocollo ad hoc.

Allo stesso modo, chi dall’Unione offre servizi a Londra dovrà assicurarsi di essere in linea con la legislazione britannica. Viceversa, se ci si appoggia a società di servizi – finanziari, di logistica, legati a comunicazione e media – è bene assicurarsi per tempo che questi abbiano ottenuto l’autorizzazione necessaria, come paese terzo, a operare in Ue. Disagi particolari sono prevedibili per i trasportatori su strada: quelli stabiliti nel Regno Unito non saranno più titolari di una licenza comunitaria, pertanto non beneficeranno dei diritti di accesso automatici al mercato unico, in particolare del diritto dei trasportatori dell’Ue di effettuare viaggi e portare merci in tutta l’Unione. Cambierà l’iter per l’attraversamento della frontiera tra il Regno Unito e l’Ue per autisti, passeggeri e lavoratori transfrontalieri. Ci potrà essere il controllo dei requisiti di ingresso e soggiorno, la timbratura del passaporto e, se del caso, il rispetto dell’obbligo del visto.

Titoli di studio, diritti di proprietà intellettuale e dati personali: la copertura europea si restringe

Anche le qualifiche professionali – di cittadini britannici o conseguite da cittadini europei nel Regno Unito – non saranno valide in automatico, ma dovranno essere riconosciute nelle sedi opportune. Se si hanno contratti con Londra bisognerà valutare la scelta del foro anglosassone competente, così come per tutelare i propri diritti di proprietà intellettuale – quanto a marchi registrati, disegni e modelli comunitari, privative comunitarie per ritrovati vegetali e indicazioni geografiche – bisognerà considerare che i nuovi diritti unitari dell’Ue non valgono in Gran Bretagna.

Le imprese europee che continueranno a collaborare con il Paese di Boris Johnson non dovranno dimenticare che, finito il periodo di transizione, condivideranno i dati sensibili dei propri clienti con un paese terzo: per garantire la privacy, i termini contrattuali devono essere aggiornati.

Ulteriori dettagli, per “prepararsi alla svolta”, sono disponibili sul sito della Commissione europea.