Brexit, è il giorno di Johnson e Von der Leyen con i vertici Ue: cosa accadrà?

Il Primo Ministro britannico Boris Johnson ha dichiarato di voler ridurre a zero il coinvolgimento di Huawei nella rete 5G del Paese entro il 2023. [EPA-EFE/WILL OLIVER]

Un quadro ancora incerto in vista della videoconferenza odierna: a circa metà anno di transizione post-Brexit ancora non si vedono progressi sul tavolo delle trattative in vista del 31 dicembre. Crisi da Covid-19, attacco degli industriali e prossimi avvenimenti nelle istituzioni Ue, tra i maggiori ultimi problemi di Johnson. 

Oggi pomeriggio, lunedì 15 giugno, a Bruxelles, dopo la convocazione dei giorni scorsi del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, si terrà la Conferenza ad alto livello in videoconferenza con Johnson, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. 

Cosa accadrà? Non è certo, ma è probabile che non si arriverà a prese di posizione importanti e anzi, ancora più probabile, si eviteranno decisioni vincolanti, come quella di chiudere un accordo commerciale entro la fine dell’anno. Almeno non adesso. Le previsioni degli addetti ai lavori puntano sullo slittamento delle responsabilità di questi delicati passaggi al governo tedesco, cui spetterà la presidenza semestrale dell’Ue il prossimo luglio. Quello che però potrebbe sembrare uno stallo tattico è in realtà un indurimento delle posizioni.

Alla Camera dei comuni Michael Gove, ministro del Gabinetto del Regno Unito e responsabile dell’attuazione dell’accordo di ritiro ha detto che “purtroppo non c’è stato alcun movimento sulle aree più difficili in cui le differenze di principio sono più acute, in particolare sulla pesca, gli accordi di governance e le cosiddette condizioni di parità” e ha ricordato il mantra dell’esecutivo nazionalista: con o senza accordo il periodo di transizione post-Brexit terminerà il 31 dicembre.

Come si apprende da Politico.eu “il governo del Regno Unito è pronto ad annunciare che ha abbandonato i piani per il controllo completo delle merci che entrano in Gran Bretagna dopo la fine del periodo di transizione di Brexit, il 31 dicembre, riferisce il FT“. Il ministro del Gabinetto Michael Gove, secondo quanto riferito, “ha accettato che le imprese potrebbero avere difficoltà ad implementare nuovi processi mentre stanno ancora combattendo la crisi del coronavirus”.

Ma il Partito conservatore che sostiene il Governo è dilaniato al suo interno per queste posizioni considerate estremiste dalle colombe del “Conservative”.

E le parole di Gove certo non rassicurano le aziende britanniche oltre al fatto, prevedibile, che sulle tre materie dove persiste lo stallo non sono serviti i tre cicli di colloqui tra Michel Barnier, per la Task Force Ue per le relazioni future e il negoziatore capo britannico David Frost. 

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Le preoccupazioni degli imprenditori

Non più tardi di giovedì 11 giugno Carolyn Fairburn, Direttore generale della Confederazione dell’industria britannica, ha lanciato il grido di allarme denunciando che “la resistenza degli affari britannici è assolutamente sul tappeto”, essendo stati trascinati verso una uscita senza compromessi. 

Un situazione di schiacciamento tra l’ostinazione del governo conservatore britannico e la fermezza  dell’Unione europea.

“Le aziende di cui parlo non hanno un attimo di tempo libero per pianificare un accordo di no-trade deal Brexit alla fine dell’anno – questa è la voce del buon senso che deve trovare la sua strada in questi negoziati”, ha detto la Dg, ammonendo che le aziende, “se abbiamo un calendario politico che ci porta a un accordo di brinksmanship a dicembre, che sarà catastrofico per gli affari britannici, non saranno pronte”.

E l’allarme non è ingiustificato visto che l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dalla sede di Parigi, ha avvertito che dalle ultime previsioni del mese di giugno la Gran Bretagna potrebbe rischiare, solo a causa del Coronavirus, una recessione dell’11,5% nel 2020. Un dato che sarebbe peggiore, sebbene non di troppo, anche di Italia e Francia. 

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Nessun trattamento di favore

Il 18 giugno il Parlamento europeo discuterà e voterà sul patto tra Ue e il Regno Unito che dovrebbe offrire un forte sostegno alla task force Barnier sulle “linee rosse” dell’Unione, che metterebbero al centro il ruolo della Corte di giustizia europea come unica interprete delle questioni su diritto comunitario e parità di condizioni. 

E potrebbe rappresentare per la Gran Bretagna un grosso problema, per i veti che i legislatori europei potrebbero minacciare contro accordi commerciali troppo generosi e potrebbero anche accusare il governo Johnson di aver tentato di fare marcia indietro rispetto agli impegni presi nel Withdrawal Agreement, che ha portato il Regno Unito fuori dal “blocco” a gennaio, secondo un’accusa fatta da Barnier nelle ultime settimane. 

A tal proposito il 10 giugno Barnier ha ribadito al Comitato economico e sociale europeo che il Regno Unito “chiede molto di più all’Ue rispetto al Canada, al Giappone o ad altri partner”, e ha aggiunto che “non possiamo e non permetteremo questa raccolta di ciliegie”, cioè non sarà permesso un trattamento di favore.

Insomma un bel da fare per il Boris britannico, se si aggiungono gli altri problemi legati alla Brexit, come la situazione di Gibilterra e la “questione irlandese”, con lo spettro dei Troubles pronti a incendiare l’Ulster.

Intanto vediamo quel (probabilmente molto poco) che succederà nella videoconferenza di oggi.