Brexit, con l’addio all’Ets nel Regno Unito salgono anche i prezzi della CO2

Stabilimento industriale nel Regno Unito [EPA-EFE/LINDSEY PARNABY]

L’addio di Londra all’Unione europea continua a costare caro alle imprese britanniche, che dovranno affrontare rincari del 10% in una fase in cui i prezzi per l’energia si stanno impennando.

Proseguono i problemi per il Regno Unito a poco più di un anno dall’attuazione della Brexit, alla prese con l’aumento dei costi sulle emissioni di anidride carbonica che sta colpendo le aziende britanniche. Come riporta il quotidiano inglese The Guardian, media partner di Euractiv.com, il rifiuto di voler collegare il mercato della CO2 britannico a quello dell’Ue, da parte del governo Uk guidato da Boris Johnson, ha portato a un aumento dei costi per le imprese britanniche.

L’industria britannica si trova quindi a dover affrontare uno svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti europei, in un periodo in cui i prezzi dell’energia continuano a crescere, che non si traduce in alcun beneficio per l’ambiente.

Le aziende britanniche stanno pagando più di 75 sterline (90 euro) a tonnellata per la CO2 che emettono, mentre industrie simili nell’Ue stanno pagando circa 85 euro a tonnellata. La differenza si è ridotta leggermente negli ultimi giorni, ma lo scorso mese era di circa 8-9 euro in più per ogni tonnellata di CO2 emessa, vale a dire un sovrapprezzo del 10% circa per le aziende britanniche.

Il prezzo delle CO2 in Gran Bretagna è più alto perché il nuovo mercato del Regno Unito, istituito nel 2021 con le prime aste che si sono svolte a maggio, è molto più piccolo e non dispone della liquidità dell’Ets europeo, un mercato operativo dal 2005, che copre tutte le industrie pesanti dell’Ue.

In entrambi i sistemi, le aziende comprano permessi di emissione per coprire la quantità di anidride carbonica che producono e le aziende più pulite possono vendere le proprie quote a quelle più in ritardo da un punto di vista ambientale. Il prezzo funziona come un incentivo per spingere le aziende a rendere più sostenibili le proprie attività ed è visto come una strategia economicamente efficace, che contribuisce a raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni nette.

I ministri hanno tempo fino al 18 gennaio per ridurre i prezzi della CO2 nel Regno Unito, dopo quella data il governo dovrebbe rilasciare ulteriori permessi di emissione, cosa che potrebbe ridurre parte della pressione sui prezzi. Ma gli esperti sostengono che collegarsi al mercato dell’Ue fornirebbe una migliore risposta a lungo termine e avrebbe senso sia dal punto di vista economico che da quello ambientale.

Tom Lord, il responsabile del commercio di Redshaw Advisors, ha detto che “le aziende britanniche stanno pagando sostanzialmente di più di quelle dell’Ue”. “Il grande problema per il mercato britannico è la liquidità e il fatto che è nuovo – ha aggiunto -. L’Ue ha un’eccedenza storica [di permessi] a cui ricorrere, mentre il Regno Unito ha una domanda limitata e solo un’offerta a goccia”.

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Il primo gennaio nel Regno Unito sono entrate in vigore le nuove norme sull’importazione di beni dall’Unione europea previste dall’accordo sulla Brexit, che erano state sospese unilateralmente per il 2021. Si rischiano nuovi ritardi e carenze nelle forniture.

Le piccole imprese …

Lawson Steele della Berenberg Bank, ha sottolineato: “Questo è uno svantaggio [per le aziende britanniche]. La realtà è che il mercato della CO2 del Regno Unito è sovrastato dall’Ets dell’Ue. Dato che il Regno Unito vuole continuare a commerciare con l’Ue e l’Ue con il Regno Unito, avrebbe senso per le aziende far parte dello stesso sistema di scambio delle quote di emissioni”.

Le aziende britanniche pagano già prezzi più alti per l’energia rispetto alle loro controparti dell’Unione europea, pari a circa 35 sterline per MWh in più, ha aggiunto Joe Morris, di Uk Steel, che rappresenta l’industria dell’acciaio. “Questo è un problema di lunga data per il settore siderurgico, e qualcosa che continua a ostacolare la nostra competitività internazionale”, ha detto.

L’effetto dell’aumento prezzi della CO2 e di quelli dell’energia rispetto a quelli dell’Ue, così come la mancanza di un accordo post-Brexit con gli Stati Uniti, che hanno recentemente rimosso i dazi sull’acciaio europeo, è stato quello di scoraggiare gli investimenti, ha spiegato Morris, aggiungendo che “questo colpisce la competitività delle aziende siderurgiche, cosa che si collega agli investimenti in queste aziende. Colpisce la fiducia dei nostri membri, e non aiuta le persone che lavorano nel settore”.

Le aziende siderurgiche perseguono fermarmente la strategia delle zero emissioni, ha aggiunto Morris, che vede la spinta verso la decarbonizzazione come un vantaggio competitivo. “C’è l’opportunità di essere leader mondiali nell’acciaio verde e nell’acciaio a zero emissioni”, ha sottolineato.

I politici, che di fronte all’impennata dei prezzi dell’energia sono tentati di non rispettare i loro impegni a ridurre le emissioni, si sbagliano, ha aggiunto Steele della Berenberg Bank, secondo il quale “dare la colpa al prezzo della CO2 è una sciocchezza”. “L’aumento dei prezzi dell’energia nell’ultimo anno è dovuto per l’85% al prezzo del gas – ha continuato -. La CO2 non è il problema”.

Il governo non ha spiegato perché finora ha rifiutato di collegare l’Ets britannico a quello dell’Ue, ma molti sospettano che questo faccia parte della cosiddetta hard Brexit e che rispecchi la volontà di rompere qualsiasi legame con Bruxelles, mantenendo il minor numero possibile di vincoli normativi.

I liberaldemocratici e il partito dei Verdi hanno chiesto al governo di collegare l’Ets del Regno Unito al sistema Ue. Se l’Unione fosse d’accordo, il collegamento potrebbe essere realizzato abbastanza facilmente, dato che il sistema del Regno Unito è modellato sul mercato dell’Ue, che Londra contribuito a progettare e aggiornare quando faceva parte dell’Unione.

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Washington ha deciso di prendere tempo, perché teme che le minacce di Londra di attivare l’articolo 16 del Protocollo sull’Irlanda del Nord possano mettere a rischio la pace e stabilità della regione.

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“Il Regno Unito ha bisogno di politiche climatiche ambiziose, che saranno ancora migliori se lavoriamo insieme ai partner internazionali – ha detto il leader dei liberaldemocratici, Ed Davey -. Il fallimento dei conservatori nel fare questo sta colpendo il mercato britannico nel peggior momento possibile, mentre le imprese ad alta intensità energetica stanno lottando con i prezzi del gas alle stelle”.

Secondo Molly Scott Cato, del partito dei Verdi, “è chiaramente irrazionale, inefficiente e il risultato dell’ideologia distruttiva della Brexit cercare di gestire un sistema di scambio della CO2 indipendente nel Regno Unito con tutti i suoi costi aggiuntivi, le inevitabili incongruenze che questo comporta”.

Per anni, dopo la crisi finanziaria del 2008, l’Ets europeo si è trovato a dover gestire un eccesso di permessi ed è stato ampiamente inefficace, poiché il prezzo della CO2 è crollato. Negli ultimi anni, però, le riforme e la rinnovata necessità di ridurre le emissioni hanno spinto in alto i prezzi e ora sta funzionando come previsto, stimolando gli investimenti in tecnologie a bassa emissione di CO2.

I ministri britannici per ora non hanno intenzione di creare un collegamento con l’Ets dell’Ue, ma non hanno escluso del tutto la possibilità. Un portavoce del dipartimento per gli Affari, l’energia e la strategia industriale ha detto: “L’autorità che gestisce l’Ets del Regno Unito sta valutando quali azioni intraprendere nell’ambito del meccanismo di contenimento dei costi [per rilasciare più permessi sul mercato] e annuncerà la sua decisione non più tardi del 18 gennaio per fornire certezza al mercato”.