Brexit, avvertimento alle imprese Ue: accelerare la pianificazione in caso di “no deal”

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, e Michel Barnier, capo negoziatore europeo della Task Force per la preparazione e la conduzione dei negoziati con il Regno Unito. EPA-EFE/PATRICK SEEGER

La Gran Bretagna e la “scheggia impazzita” del governo Johnson rischiano molto; preoccupazione soprattutto per il tessuto imprenditoriale. Anche l’Unione europea deve organizzarsi per un eventuale “no deal” dopo la decisione britannica di non prolungare il periodo di transizione.

Essere pronti a reggere l’impatto. Potremmo descrivere in queste poche parole la comunicazione “Prepararsi ai cambiamenti” della Commissione europea nella quale si parla di “aiuti ad autorità nazionali, imprese e cittadini a prepararsi agli inevitabili cambiamenti” che si verificheranno alla fine del periodo di transizione con il Regno Unito che è uscito dall’Ue il 31 gennaio 2020. Al centro c’è la delicata questione di come regolare gli scambi transfrontalieri dal 1° gennaio 2021 e gli avvertimenti dell’Unione sono indipendenti dalla conclusione di un accordo o meno.

“Il popolo britannico ha deciso, in un’elezione democratica, di lasciare l’Unione Europea e i suoi benefici – ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – . Ciò significa che, per quanto ci si adoperi ora per un accordo di partenariato stretto, le nostre relazioni cambieranno inevitabilmente. La mia massima priorità è garantire che i cittadini e le imprese dell’Ue siano il più possibile preparati”.

Anche il capo negoziatore della Commissione europea, Michel Barnier, ha detto che “le amministrazioni pubbliche, le imprese, i cittadini e le parti coinvolte saranno interessati dalla decisione del Regno Unito di lasciare l’Ue. A seguito della decisione del governo britannico di non prolungare il periodo di transizione, sappiamo ora che questi cambiamenti avranno luogo il primo gennaio 2021, con o senza accordo. Li stiamo aiutando a prepararsi al meglio”.

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La comunicazione traccia una panoramica settore per settore delle principali aree in cui vi saranno significative mutazioni, stabilendo le misure da adottare per essere pronti a questi cambiamenti. Dalla Commissione precisano però che questo intervento “non cerca in alcun modo di pregiudicare l’esito dei negoziati. In quanto tale, non esamina le possibili implicazioni di un mancato raggiungimento di un accordo, né prende in considerazione la necessità di misure di emergenza”.

L’obiettivo dunque è quello di garantire che tutte le pubbliche amministrazioni e le parti interessate siano pronte e ben attrezzate nell’affrontare le “inevitabili perturbazioni” causate  dalla Brexit e di terminare il periodo di transizione quest’anno. Misure che vanno ad integrare le azioni intraprese a livello nazionale.

“Parallelamente – dicono dalla Commissione – si stanno rivedendo e, se necessario, aggiornando tutti i 102 avvisi delle parti interessate, pubblicati al momento dei negoziati di ritiro – molti dei quali continuano ad essere rilevanti per la fine del periodo di transizione”. Un primo elenco degli oltre 50 avvisi aggiornati è stato allegato alla comunicazione.

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Gli ultimi negoziati

Poiché l’ultimo ciclo di negoziati su un nuovo accordo commerciale si è concluso giovedì 9 luglio a Londra, Michel Barnier ha comunque dichiarato che “le discussioni di questa settimana confermano che permangono divergenze significative tra l’Ue e la Gran Bretagna. Continueremo a lavorare con pazienza, rispetto e determinazione”.

Negli ultimi due mesi non ci sono state grandi novità, se non il fatto che il Regno Unito ha annunciato un nuovo regime tariffario doganale, mentre indiscrezioni del Guardian parlavano a giugno di un potenziale veto Ue sull’accordo commerciale. Sicuramente ciò che si è sentito di più sono le staffilate di Barnier: “La Gran Bretagna non ha automaticamente diritto ad alcun beneficio commerciale”, “Londra mantenga le promesse o non ci sarà alcun accordo”, sono state alcune delle ferme parole dell’ex commissario europeo.

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Come si apprende da un articolo su EURACTIV.com sono stati fatti pochi passi avanti sulla pesca e sugli accordi di “level playing field”, che puntano ad evitare che il Regno Unito sottovaluti gli standard di politica ambientale e sociale e gli aiuti di stato dell’Ue.

Tuttavia, mentre i colloqui riprenderanno a Bruxelles la prossima settimana, la Commissione europea ha detto di “prepararsi ai cambiamenti” esortando le imprese a “considerare la possibilità di rivedere i loro attuali piani di preparazione”.

La Commissione ha dichiarato che a partire dal 2021 ci saranno cambiamenti nel commercio di beni e servizi, nell’energia e nella cooperazione legale, nei viaggi e nel turismo, indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un nuovo accordo.

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La decisione del governo di Boris Johnson di non prolungare il periodo di transizione post-Brexit oltre dicembre significa che nel 2021 – si legge nel documento della Commissione -, si verificheranno “inevitabili interruzioni” che rischierebbero di “aggravare la pressione che le imprese sono già sotto pressione a causa dell’epidemia di Covid-19”.

“Sebbene questi siano stati elaborati per il rischio di un ritiro del Regno Unito dal sindacato senza un accordo di ritiro – uno scenario che non si è concretizzato – parte di quel lavoro sarà comunque molto rilevante per i cambiamenti alla fine del periodo di transizione”, ha aggiunto.

Il governo di Johnson dovrebbe presentare la prossima settimana i piani rivisti relativi alla sua politica di confine, a sei mesi di distanza dall’Accordo di recesso del Regno Unito dalla Ue, in vigore dal primo febbraio scorso, che regola la posizione del Regno Unito in qualità di Stato terzo, oltre ai passaggi relativi al periodo transitorio (fino al 31 dicembre 2020) nel corso del quale la Gran Bretagna continua a partecipare a mercato unico e unione doganale, con negoziati per il futuro partenariato con la Ue. Nuovi accordi in vista per le imprese su entrambi i lati della Manica e, potenzialmente, un’imposizione di tariffe sulle merci.

Imprese sul baratro e rischio contrabbando

A giugno, Carolyn Fairburn, Direttore generale della Confederazione dell’industria britannica, ha lanciato il grido di allarme denunciando che “la resistenza degli affari britannici è assolutamente sul tappeto”, essendo stati trascinati verso una uscita senza compromessi.

Non solo. In una lettera indirizzata al premier Johnson da parte di Liz Truss, titolare del Ministero del Commercio Internazionale, si avverte che i piani di confine del governo potrebbero violare le regole del commercio internazionale e portare al contrabbando dall’Unione Europea.

Truss ha aggiunto che il Regno Unito potrebbe anche risultare “vulnerabile alla sfida dell’Organizzazione mondiale del commercio” se concedesse ai beni dell’Ue un trattamento temporaneamente preferenziale anche se non esiste un accordo di libero scambio Gb-Ue.

Il mese scorso il governo Johnson ha fatto marcia indietro rispetto ai suoi precedenti piani di controllo delle importazioni dopo l’uscita dal mercato unico dell’Ue, consentendo ai commercianti di rinviare i pagamenti doganali per sei mesi fino alla dichiarazione doganale.

La Commissione ha inoltre ripetutamente espresso preoccupazione, in quanto i piani della Gran Bretagna per l’attuazione del protocollo sull’Irlanda del Nord, la parte dell’accordo di ritiro che impegna il Regno Unito ad evitare il ritorno di una frontiera “dura” con l’Eire, non saranno pronti entro il prossimo gennaio. E le tensioni nell’Ulster sono pronte a scoppiare.