Voci dalla storia: il Trattato di Lussemburgo e le risorse proprie

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Trattato di Lussemburgo

Cinquant’anni fa entrava in vigore il Trattato di Lussemburgo, che introduceva le risorse proprie per finanziare il bilancio della Comunità e il diritto di veto dell’Assemblea parlamentare Europea sull’approvazione del bilancio. Un passo avanti importante per la futura Unione Europea, che proprio oggi ci ricorda alcune delle sfide che abbiamo di fronte, in vista delle decisioni da adottare sul finanziamento del Bilancio Pluriennale e il Next Generation EU.

Il 6 marzo del 1970 il Consiglio Europeo incaricava un comitato di esperti di studiare i passi da intraprendere per accrescere l’integrazione monetaria in Europa. Le turbolenze sul sistema monetario internazionale erano in forte crescita, tanto che un anno dopo Nixon sospendeva la convertibilità del dollaro in oro, mettendo fine al sistema di Bretton Woods. Terminati i lavori, nell’ottobre 1970 il Comitato presentava il cosiddetto Piano Werner, che indicava un percorso a tappe per l’adozione di una moneta unica europea entro il 1980.

Rimaneva indietro l’integrazione sul piano fiscale. Il bilancio all’epoca era per la maggior parte destinato al finanziamento dei ‘montanti compensativi’, una forma di redistribuzione del reddito in agricoltura, fortemente dipendente dall’andamento dei tassi di cambio fra le valute europee (che sarebbe diventato estremamente turbolento dopo la fine del regime di Bretton Woods). E soprattutto era alimentato unicamente dai contributi nazionali.

Fu così che il 22 aprile 1970 fu firmato il Trattato di Lussemburgo, che fissava delle nuove regole procedurali per la predisposizione e il finanziamento del bilancio delle Comunità Europee. Nel Trattato si indicava come il bilancio avrebbe dovuto essere proposto dalla Commissione ed adottato dal Consiglio a maggioranza qualificata (art. 4); prima di passare all’Assemblea (che sarebbe poi diventata il Parlamento Europeo), la quale avrebbe potuto proporre degli emendamenti e rispedirlo al Consiglio per una nuova approvazione, sempre a maggioranza qualificata. Il Trattato affidava inoltre al Parlamento Europeo la facoltà, olre che di emendare, di rigettare in toto la proposta partorita dal Consiglio. Al contrario di quanto accade oggi, quando il Parlamento è costretto ad una scelta binaria fra adozione e rigetto.

Il Trattato inoltre stabiliva come le attività della Comunità si sarebbero finanziate attraverso “risorse proprie” in “sostituzione dei contributi finanziari degli Stati membri” (art. 12), date dai dazi su alcune importazioni da paesi terzi e da alcune voci di Iva.

Insomma, non era il passaggio ad una vera e propria fiscalità europea, come ci attendiamo oggi. Ma se pensiamo che l’adozione delle ricorse proprie risale a 50 anni fa, diventa più evidente come la lentezza delle procedure decisionali europee sia incoerente con le urgenze cui le sottopone la storia. In più, la facoltà per il Parlamento di emendare la proposta di bilancio approvata dal Consiglio forniva maggiori strumenti di potere fiscale e legittimità democratica (anche se all’epoca il Parlamento era eletto dalle assemblee parlamentari nazionali, non direttamente dai cittadini) alla formazione di un bilancio coerente coi fabbisogni dei cittadini. A quando una fiscalità europea sotto il controllo attivo del Parlamento?