Ministro slovacco Sulík: “L’Italia fa molto debito e poche riforme”

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Richard Sulík , ministro dell'Economia della Slovacchia. [EPA-EFE/MARTIN DIVISEK]

Intervistato da Konzervatívny denník Postoj, il ministro dell’Economia slovacco Richard Sulík ha espresso perplessità sul Recovery Fund da 750 miliardi di euro prospettato dall’UE, soprattutto riguardo all’allocazione dei fondi a quei paesi più in difficoltà, come l’Italia, che secondo lui non sarebbero in grado di utilizzarli in maniera efficace.

Richard Sulík non ha usato mezze misure nell’intervista concessa al sito slovacco postoj.sk: il Next Generation EU sarebbe “un grande rischio morale, un gioco pericoloso che può portare alla disintegrazione dell’Unione Europea”.

Sulík giustifica le sue parole, spiegando che la Commissione europea sta pianificando di raddoppiare il bilancio europeo, “una scommessa non lontano dalla follia”. Secondo il ministro dell’Economia slovacco, il suo paese dovrebbe unirsi al gruppo dei “Frugali” nell’osteggiare l’attuale pacchetto di misure.

“Se ci sarà l’opportunità di trovare un miglior rapporto tra sovvenzioni e prestiti, la Slovacchia si unirà ad altri Stati nel richiederlo. Mi ha sorpreso vedere la Germania favorevole a questo piano” ha aggiunto Sulík, commentando infine che “l’Italia sarà il maggiore beneficiario, eppure genera notevolmente più debito di quante siano le riforme per combatterlo”.

Il ministro slovacco ha anche riportato l’attenzione sui parametri di Maastricht, i requisiti necessari per entrare nell’Unione economica e monetaria dell’UE. Secondo lui, infatti, paesi come Italia, Spagna e Francia non rispettano questi criteri o non effettuano riforme sufficienti. “Se lo avessero fatto, sarebbero molto più preparati alle sfide che affrontano oggi” ha concluso Sulík.

“Potrebbe davvero sciogliersi l’Unione Europea senza un aiuto massiccio da Bruxelles”, ed ha aggiunto: “La forma scelta per il Recovery Fund è però troppo estrema. Dovrebbe essere meno corposo, ma soprattutto andrebbe specificato meglio l’uso di questi fondi”.

“Il pericolo è che gli investitori smettano di credere nell’euro perché vedono il livello di indebitamento dei Paesi del Sud Europa. Stanno per ricevere decine di miliardi, ma la loro volontà di effettuare riforme sarà ancora più bassa, ce lo dice la storia degli ultimi 30 anni” ha proseguito Sulík, sottolineando che gli investitori potrebbero perdere la fiducia nella moneta unica, oppure i Paesi del Nord Europa potrebbero non voler più finanziare quelli del Sud.

Alla domanda sulla possibilità di riforme in Italia, Sulík è stato molto secco nella risposta: secondo lui non c’è alcuna possibilità che avvengano, affermando anzi che “gli italiani ne ridono e basta”.

Ora, è abbastanza evidente che si tratta di dichiarazioni provocatorie, che meritano una reazione. Ma sarebbe sbagliato prendersela perché ha ipotizzato scenari assolutamente ragionevoli, sulla base dell’esperienza passata.

L’Italia ha spesso dato prova di una gestione fallimentaare, inefficiente ed irresponsabile delle risorse europee. E non è certo prendendosela con Sulík che cambierà l’opinione diffusa in Europa sulla nostra capacità di gestire i fondi. Quello che serve per smontare la retorica anti-italiana, costruita su una serie storica di strategie fallimentari (a cominciare con lo sperpero del dividendo dell’euro) è mostrare che il paese è cambiato; che oggi ci sono le condizoni per investire le risorse del Recovery Plan in infrastrutture capaci di accrescere in modo permanente la produttività del paese, e quindi la sua capacità di rendere sostenibile l’enorme debito pubblico che si profila all’orizzonte. Piuttosto che riversare miliardi in spesa improduttiva per la raccolta di consenso elettorale.

Come abbiamo scritto pochi giorni fa, è il momento di scambiare la solidarietà europea con la responsabilità italiana: fondi condivisi, ma per progetti in linea con quello che serve per ammodernare il paese e renderlo sostenibile; sotto tutti i profili (finanziario, ambientale, sociale, etc).

Più che indignarci per un’affermazione certo inopportuna, ma comunque vera, dovremmo indignarci con la classe politica, che ha permesso al paese, nel tempo, di conquistarsi una reputazione così scarsa. Oltre che di portarlo sull’orlo del precipizio.