Recovery fund: la prova di forza del Parlamento europeo

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L'Europarlamento in seduta plenaria

Venerdì 15 maggio il Parlamento Europeo ha approvato, a larga maggioranza, una risoluzione sul nuovo quadro finanziario pluriennale, le risorse proprie e il piano di ripresa con la quale pone in modo perentorio alla Commissione i suoi indirizzi politici sul punto.

Con questo atto, sia pure non vincolante, il PE alza la testa e avvia un tentativo potenzialmente importante di appropriarsi di un ruolo di interlocuzione con la Commissione (e, indirettamente, coi governi) nella definizione delle politiche di bilancio dell’UE, a partire dal passaggio fondamentale della definizione del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Il Parlamento percorre così un passo verso l’instaurazione di un rapporto di indirizzo politico con la Commissione in materia di QFP e di Bilancio, nel solco delle migliori tradizioni delle democrazie parlamentari.

La sua posizione in questo senso è netta. Da una parte “mette in guardia la Commissione da qualsiasi tentativo di elaborare una strategia di ripresa europea che non sia basata sul QFP e sui suoi programmi e chiede che il Parlamento sia coinvolto nella definizione, nell’adozione e nell’attuazione del fondo per la ripresa e che sia al centro del processo decisionale al fine di garantire la responsabilità democratica”. Diffidando, in sostanza, la Commissione (ed attraverso di essa i governi) dall’indulgere a tentazioni di scorciatoie intergovernative al di fuori dei trattati vigenti. Dall’altra, ribadisce all’estremo le proprie prerogative: quandoricorda che una delle principali missioni del Parlamento consiste nell’esercitare un controllo sull’esecutivo e che il Parlamento deve dare la propria approvazione al QF, quando mette in guardia la Commissione dal tentativo di creare strumenti di bilancio senza la partecipazione del Parlamento, eludendo in tal modo il controllo democratico“, quando chiede di essere coinvolto nei relativi negoziati, a norma dell’art. 324 TFUE; infine quando si dicepronto a respingere qualsiasi proposta che non rispetti tali norme” e (minacciosamente) ricorda che il Parlamento non darà la propria approvazione al QFP senza un accordo sulla riforma del sistema delle risorse proprie dell’UE“.

Il richiamo all’utilizzazione del proprio potere di bloccare l’adozione del QFP riporta ad una stagione gloriosa del PE allorché, non appena eletto per la prima volta a suffragio universale, avviò, sotto la guida di Altiero Spinelli, un duro braccio di ferro con Commissione e Consiglio proprio sul Bilancio, utilizzando a pieno gli scarsi poteri allora conferitigli, nel nome della rappresentatività democratica su cui devono fondarsi le scelte relative al reperimento ed alla allocazione delle risorse finanziarie.

Quanto al reperimento oggi insiste sull’individuazione di nuove risorse proprie collegandole alla richiesta che “il Fondo di ripresa e trasformazione [il Recovery fund] sia finanziato mediante l’emissione di obbligazioni a lungo termine per il sostegno alla ripresa garantite dal bilancio dell’UE“.

Quanto all’allocazione chiede che il pacchetto di aiuti “sia erogato attraverso prestiti e, soprattutto, attraverso sovvenzioni, pagamenti diretti per investimenti e capitale proprio”. Ma soprattutto precisa la richiesta “che il Fondo sia gestito direttamente dalla Commissione attraverso programmi rientranti nel bilancio dell’UE, che siano pienamente soggetti al controllo e alla partecipazione del Parlamento”.

La gestione diretta da parte della Commissione e il controllo parlamentare dei programmi di spesa sono due punti fondamentali. Perché soffocano sul nascere la pretesa, più o meno strisciante, degli stati di ricevere dei fondi (europei solo quanto al reperimento) di cui disporre in nome proprio e (più o meno) a proprio piacimento, a favore della realizzazione di un embrione di politica europea in materia di rilancio dell’economia post crisi pandemica e cercano di dare un ruolo in materia all’Assemblea rappresentativa dei cittadini europei anche rispetto all’allocazione delle risorse.

Il PE mira così a rafforzare il circuito decisionale Commissione-Parlamento su di un tema cruciale come quello del bilancio.

Si tratta adesso di vedere se il PE riuscirà a tenere la posizione fino in fondo e che atteggiamento avrà la Commissione. Se questo primo passo sarà seguito da altri nella medesima direzione potremmo assistere ad uno spostamento degli equilibri del triangolo istituzionale a favore degli organi sovranazionali. È evidente che a trattati invariati il percorso possibile è limitato. Ma le scelte di questi mesi potrebbero creare le premesse necessarie ad una proposta del PE di modifica dei trattati che renda possibile una politica fiscale e di bilancio autenticamente europea.