Aiuti europei: quei soldi che non vogliamo

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R&D expenses (EU28 vs IT)

Ce lo hanno spiegato in tutti i modi, ma evidentemente non è bastato. Ci hanno detto che avremmo potuto accedere al meccanismo europeo di riassicurazione per la disoccupazione, il cosiddetto SURE. Peccato che non li abbiamo mai chiesti.

Hanno tolto qualsiasi condizionalità a 37 miliardi del MES, bastava dire che li avremmo spesi per l’emergenza sanitaria e tutto ciò che è ad essa connesso, naturalmente mettendo in evidenza chiaramente le connessioni, non facendo i furbi e finanziandoci magari il salvataggio di Alitalia. E anche su queste risorse abbiamo imbastito un teatrino della (insipienza) politica che dovrebbe sollevare l’indignazione dei cittadini italiani contro le loro classi dirigenti. Non solo non li abbiamo ancora chiesti, ma continuiamo a discuterne a sproposito. Senza renderci conto che si tratta del 2% del PIL, a costo-zero (anzi, negativi: restituiremo meno di quello che ci viene erogato) e per ammodernare un settore, quello sanitario, che noi tutti dovremmo voler vedere più moderno ed efficiente.

Ci hanno infine prospettato l’accesso a 173 miliardi di fondi del Recovery Plan, una volta che il Paese presenti il piano nazionale di riforme sulla base del quale la Commissione eroga poi i finanziamenti, volto a verificare (giustamente) che i fondi vengano spesi in settori ed attività che aiutano il paese a crescere nel tempo, non ad erogare i soliti aiuti a corporazioni e clientele. Ed anche su questo, incredibilmente, il nostro è l‘unico paese a non aver ancora adempiuto alle regole del cosiddetto Semestre Europeo, ad inviare cioè a Bruxelles il Piano nazionale di riforme del 2020.

L’Italia aveva già prima del Covid-19 indicatori da far paura: bassa spesa per ricerca e sviluppo, alte emissioni di Co2, alta disoccupazione, bassa crescita del PIL, un livello di abbandoni scolastici superiore del 5% alla media UE, un tasso di spesa dei fondi strutturali pari ad un terzo rispetto a quello programmato, etc. Guardare per credere.

E nonostante questa situazione disastrosa, non si fa neanche carico di fornire all’Europa, che ci sta offrendo su un vassoio d’argento il 10% di PIL (sia in risorse a fondo perduto sia in prestiti a tassi che sul mercato non riusciremmo mai ad avere), un indirizzo strategico, un’idea di dove vogliamo andare come paese, di come pensiamo di cogliere l’occasione di un’Europa finalmente solidale per cambiare l’Italia e farla diventare un Paese socialmente stabile e in crescita economica.

Zingaretti, nella sua intervista al Corriere, dice che bisogna usare il MES, fare le riforme, ecc. Conte, a ogni conferenza stampa, presenta una lunga lista di riforme prioritarie. Inizino con il presentare il Piano nazionale di riforme, preferibilmente attingendo a piene mani dalle Raccomandazioni country-specific della Commissione europea (prendetevi dieci minuti per leggere quelle generali e quelle per l’Italia dello scorso anno, ne vale la pena), che costituiscono sia un eccellente piano di lavoro, sia la garanzia di poter accedere al massimo possibile di fondi europei. È questo il modo concreto per ridare agli italiani una speranza per il futuro, e al governo una prospettiva fino alla fine della legislatura.