Fondi Ue: la corte dei Conti certifica il disastro Italia

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Spesa sui fondi europei (ITA 2014-2020)

Non era difficile da immaginare. L’Italia è sempre stata il paese con la capacità di spesa fra le più basse per i fondi messi a disposizione da Bruxelles nel bilancio pluriennale. Non siamo capaci di trasformare idee in progetti cantierabili. I progetti cantierabili quasi mai arrivano in fondo. E se anche arrivano a termine solo raramente riusciamo a rendicontarne le spese come previsto dalle normative europee. La Corte dei Conti non fa che certificare quello che sappiamo già da decenni: in Italia non siamo bravi a spendere i soldi europei.

I dati sono impietosi. Alla fine del 2019, ossia alla vigilia dell’ultimo anno di programmazione, la spesa certificata è stata pari al 30,7%: meno di un terzo delle risorse disponibili. A fronte di una spesa media europea pari al 40%. Una cifra pericolosamente analoga a quella di sette anni prima, alla vigilia dell’ultimo anno della programmazione pluriennale precedente; come a dire che non abbiamo imparato nulla in questi ultimi sette anni. È vero che la rendicontazione sui fondi europei è molto stringente; non a caso vengono concessi di regola tre anni per mettere a posto la contabilità dei progetti. Ma siamo pur sempre a numeri bassissimi, e soprattutto inferiori a quelli di tutti gli altri paesi europei. Il progresso nell’ultimo anno è rilevante (un ulteriore 10%) ma ancora lontanissimo dagli obiettivi finali.

Si tratta ora di capire come attrezzarsi per migliorare la nostra capacità progettuale, di spesa e di rendicontazione. Soprattutto nelle regioni che fanno più fatica (perché le differenze fra regioni sono importanti). Un compito non facile. Ma tremendamente urgente se non vogliamo rischiare di gettare al vento le risorse messe a disposizione del nostro paese attraverso il Next Generation EU e il bilancio pluriennale. I fondi ci saranno, quindi (circa trecento miliardi nei prossimi sette anni). Il problema è spenderli; e spenderli bene.

Qualche banale proposta concreta. Primo: assicurare già in sede di programmazione la coerenza degli interventi con la capacità amministrativa e di rendicontazione. È inutile progettare in astratto degli investimenti che richiedono iter amministrativi non coerenti con le tempistiche europee o se le spese rischiano di non essere pienamente e perfettamente rendicontabili all’interno dei fondi.

Secondo: intervenire sui bisogni veri, non fittizi, dei territori. Accade spesso che la scelta degl’interventi finanziati sia guidata da interessi di gruppi di pressione. Sarebbe utile che la selezione avvenisse sulla base di un processo genuinamente partecipativo, in modo da accrescere la responsabilità di tutti gli stakeholders al raggiungimento degli obiettivi. Un lavoro di distillazione delle scelte collettive che avrebbe dovuto iniziare già molto in anticipo.

Terzo: semplificare la pubblica amministrazione. Tradizionalmente, in Italia i fondi strutturali non vengono utilizzati per investimenti infrastrutturali, di cui il paese ha tuttavia urgente bisogno. Non vengono nemmeno messi in cantiere perché si presume già che gli iter burocratici non siano coerenti con i tempi della programmazione. Questa scelta non è ammissibile. Deve essere aggredito il nodo procedurale. Naturalmente è un problema ben noto; così come ci sono diverse proposte in campo per risolverlo. Manca solo la volontà politica; e naturalmente una pubblica amministrazione orientata ai risultati, piuttosto che alla timbratura del cartellino (la recente diffusione dello smart working avrebbe potuto essere uno strumento per accelerare questo processo: un’opportunità ad oggi non colta).

Quarto: organizzare meglio la governance della gestione dei fondi europei, magari attraverso una cabina di regia ben radicata ed articolata sul territorio. La programmazione ‘top down’, calata dall’alto, non ha mai funzionato in Italia: la stagione della contrattazione programmata ha regalato al paese le più scandalose cattedrali nel deserto. Ma anche la programmazione negoziata, dal basso, ha prodotto solo proposte incoerenti e, alla fine, incapacità e inefficienza della spesa. Occorre quindi una struttura snella e multilivello, con competenze di progettazione, gestione e rendicontazione, in maniera da selezionare solo i progetti in grado di rispettare i tempi ed i requisiti su tutti e tre quegli aspetti.

Poche cose, quindi. Molto banali. Alle quali chiaramente se ne potrebbero aggiungere molte altre. Ma potremmo iniziare da queste; e magari fra sette anni non ci ritroveremo nuovamente a dover piangere per decine di miliardi che rischiano di essere buttati al vento.