Recovery Fund, Parlamento Ue: “Per proteggere le nuove generazioni servono risorse proprie”

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Il Parlamento Europeo ribadisce la sua posizione: senza riforma delle risorse proprie, non sarà approvato il prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP). La palla ora passa al Consiglio che è chiamato a decidere.

Next Generation EU, questo il titolo scelto dalla Commissione europea per il grande programma di investimenti che dovrebbe contribuire a rilanciare le economie europee.

Il riferimento alla “prossima generazione”, mai come questa volta, non è casuale. In questi giorni si sta discutendo non solo l’ammontare degli investimenti necessari per far ripartire l’economia europea, ma anche come e quando tali investimenti dovranno essere ripagati.

Fare riferimento alle prossime generazioni, oltre a suonare bene, elimina anche dall’equazione l’approccio “spendiamo oggi e poi vediamo che succede”, che qualcuno potrebbe definire “molto italiano”.

I 750 miliardi del fondo dovranno essere spesi in maniera coerente alle priorità politiche individuate dalla Commissione. Tali priorità sono la transizione ecologica e quella digitale ed entrambe rientrano nel filone della “sostenibilità competitiva”, che è diventato il mantra che descrive l’approccio socio-economico su cui la Commissione europea vuole impostare le proprie scelte politiche.

Questi miliardi saranno raccolti sui mercati finanziari dalla Commissione, il che significa che di fatto saranno prestiti a lungo termine, garantiti dal bilancio Ue. Su come il bilancio europeo dovrà ripagare tali debiti, si gioca una partita centrale per il futuro stesso dell’Unione europea e, per l’appunto, per le nuove generazioni.

Nonostante i Trattati prevedano che il bilancio dell’Ue sia composto principalmente da “risorse proprie”, al momento esso si regge per lo più sui contributi nazionali. Se questa consuetudine non dovesse cambiare, tra qualche anno, quando bisognerà ripagare i 750 miliardi di Next Generation EU, gli Stati saranno obbligati ad aumentare i propri contributi nazionali. Per farlo sarebbero dunque costretti ad indebitarsi ulteriormente o ad aumentare la pressione fiscale o a tagliare pesantemente i programmi europei come Erasmus+, fondi strutturali, ecc. I debiti contratti oggi, sarebbero insomma pagati, a caro prezzo, dalla prossima generazione di europei – oltre che dai fortunati Millennials, che dopo aver dovuto “pagare” le conseguenze della crisi economica del 2009 e di quella del Coronavirus, avrebbero probabilmente un’altra crisi da fronteggiare.

L’alternativa a questa non rosea prospettiva è allora l’introduzione di nuove risorse proprie europee, ossia di entrate indipendenti che finanzino il bilancio Ue, senza passare dagli Stati nazionali. La Commissione europea ha promosso con molta forza questa direzione, elencando anche delle possibili imposte, coerenti con le priorità ambientali e digitali, che potrebbero ripagare i debiti contratti oggi, e rafforzare il bilancio Ue, rendendolo meno dipendente dai contributi nazionali.

Il Parlamento europeo ha sposato con forza questa proposta e, in una risoluzione approvata lo scorso maggio, ha vincolato l’approvazione del Recovery Fund e del prossimo bilancio pluriennale, proprio alla riforma del sistema delle risorse proprie.

In una conferenza stampa, il presidente della commissione bilancio del Parlamento europeo, Johan Van Overtveldt – iscritto al gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR), lo stesso che include anche Fratelli d’Italia – ha rilanciato con forza la posizione del Parlamento: “Affinché la strategia di ripresa e il prossimo bilancio a lungo termine possa essere realizzato, saranno necessari 27 Stati membri, una forte leadership e intermediazione da parte della Commissione Europea e, non da ultimo, il pieno impegno del Parlamento europeo. Il Parlamento è pronto a lavorare rapidamente, ma non rinuncerà ai suoi diritti e ai suoi poteri. Non c’è motivo per cui la responsabilità di muoversi rapidamente debba ricadere solo sul Parlamento europeo, che da quasi due anni aspetta che il Consiglio trovi un accordo tra gli Stati membri”.

L’introduzione di nuove risorse proprie è infatti in discussione da anni. Si è parlato molto spesso di Carbon Border Adjustment, di Digital tax o di una tassa sulle transazioni finanziarie, ma i governi nazionali, in seno al Consiglio dell’Unione, hanno sempre bloccato ogni possibile decisione. Per approvare nuove risorse proprie serve infatti l’unanimità nel Consiglio e, in alcuni casi, sono necessarie anche le ratifiche dei Parlamenti nazionali.

Mentre insomma il Parlamento europeo, grazie al lavoro delle commissioni politiche e alla mediazione tra le differenti posizioni partitiche, riesce a trovare dei compromessi e a proporre riforme, ogni tipo di decisione interna al Consiglio è spesso bloccata dai veti nazionali. Ciò è avvenuto in passato e continua ad avvenire anche ora per la difficile e quanto mai importante trattativa su Recovery Fund e Quadro finanziario pluriennale (QFP).

“Affinché il Parlamento dia la sua approvazione al prossimo Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, i suoi programmi devono essere di entità tali da poter affrontare le priorità a lungo termine, non solo le esigenze immediate di ripresa. Nuove fonti di entrate dell’Ue – le cosiddette risorse proprie – sono ora ancora più necessarie per coprire i costi di rifinanziamento del Recovery Fund attraverso mezzi diversi dai contributi nazionali aggiuntivi o da un bilancio Ue ridotto che punirebbe le prossime generazioni. Per quanto riguarda il Recovery Fund in sé, devono essere garantite la piena responsabilità democratica e la trasparenza attraverso la partecipazione e il controllo parlamentare”, ha aggiunto Van Overtveldt.

Il Parlamento ha insomma ribadito, ancora una volta, che servono nuove entrate. Una posizione condivisa non solo da popolari (PPE), socialisti (S&D), liberali (Renew) e verdi (Greens), ma anche da buona parte dei conservatori di ECR e dagli italiani del Movimento 5 Stelle. Quasi tutto l’arco parlamentare chiede insomma al Consiglio di fare finalmente quei passi politici necessari per assicurare un futuro sostenibile alle nuove generazioni.

Il prossimo Consiglio europeo, che si riunirà il 17 luglio, dovrà cominciare a dare delle risposte, ricordando di non dimenticarsi dei più giovani.