Recovery fund: la battaglia per il futuro dell’Europa

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. [PA-EFE/OLIVIER HOSLET]

Se la politica europea fosse un romanzo fantasy, questo sarebbe il momento in cui tutti i protagonisti si ritrovano sul campo di battaglia, pronti a dar vita ad un epico scontro che decreterà vincitori e vinti.

Dopo lunghi antefatti, innumerevoli rivolgimenti politici ed imprevisti colpi di scena, come lo scoppio di una pandemia, il romanzo dell’Unione Europea sembra essere arrivato ad un punto di svolta e il campo di battaglia prescelto sembra essere quello delle trattative sul Recovery Fund e sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP)[1].

Sfortunatamente però non siamo in un romanzo e le vittime della pandemia e della conseguente crisi economica sono maledettamente reali.

Le Istituzioni europee e i governi nazionali sono ingaggiati in una lunga e complessa trattativa che dovrà determinare gli strumenti politici ed economici con cui l’UE e i suoi Stati membri faranno fronte alla crisi economica post-covid, in modo da rilanciare la crescita.

Oggetto del contendere è l’ormai famoso Recovery Fund. Il Consiglio europeo, nelle scorse settimane, aveva rimandato alla Commissione il compito di trovare il giusto compromesso e redigere una proposta concreta. Essa era stata prevista per il 6 maggio, ma è ormai acclarato che nulla di ufficiale sarà presentato prima del 20 maggio.

In questa fase infatti la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è impegnata a mettere d’accordo i vari capi di Stato e di governo che, in barba alla tanto declamata solidarietà europea, stanno quasi tutti provando a tirare acqua al proprio mulino.

I punti essenziali in discussione sono infatti relativi all’ammontare di questo “Fund”, alla provenienza di tali risorse e, soprattutto, rispetto ai criteri di allocazione.

Italia, Francia, Cipro, Portogallo e Grecia, in una nota inviata al gabinetto della von der Leyen, hanno richiesto che il Recovery Fund sia costituito molto più da sovvenzioni che da prestiti e che soprattutto sia attivo già a partire dall’estate 2020. Secondo i cinque Paesi sarà inoltre opportuno concentrare gli investimenti soprattutto nella prima fase di applicazione, in modo da intervenire massicciamente in tempi brevi e accelerare l’uscita dalla crisi.

Secondo i Paesi sopra menzionati si dovrebbero individuare criteri di allocazione diversi da quelli che valgono per i fondi di coesione. Al momento infatti, il principio di proporzionalità si fonda sul calcolo del PIL pro-capite. Secondo i cinque Paesi, a beneficiare maggiormente del Recovery Fund dovrebbero essere invece i Paesi maggiormente colpiti da Covid, come Italia, Spagna e Francia.

I governi dell’Est, con in testa la Polonia, vorrebbero che i criteri dei fondi di coesione rimangano invece intonsi. Il perché è ben esplicitato dal ministro agli Affari esteri sloveno: “Noi siamo beneficiari netti e vogliamo restare beneficiari netti anche con il prossimo QPF”.

La questione insomma è molto semplice: sono tutti in favore del Recovery Fund, purché il proprio Stato riceva la maggior fetta possibile di finanziamenti.

In questo quadro si inserisce allora il dibattito che, in questi giorni, porterà il Parlamento Europeo a discutere ed approvare una risoluzione che collega direttamente il Recovery Fund e il nuovo QFP. Nelle prossime settimane, infatti, la Commissione dovrà presentare anche una nuova proposta di bilancio settennale. Ciò apre un’enorme partita politica.

Il Parlamento, infatti, vorrebbe che il Recovery Fund sia completamente inserito nel quadro del nuovo QFP e che sia di fatto vada ad integrare le risorse europee che servirebbero a dare corpo ai programmi lanciati dalla nuova Commissione, a partire da Green Deal e agenda digitale, senza dimenticare i fondi strutturali e di coesione.

Il QFP è oggetto di un costante controllo democratico da parte del Parlamento europeo che vorrebbe dunque essere non solo consultato, ma incluso strutturalmente nella trattativa che plasmerà, non solo il prossimo bilancio, ma anche il Recovery Fund.

Il Parlamento è insomma finalmente pronto a scendere in campo e dare battaglia. In caso di proposte insoddisfacenti e poco ambiziose, il Presidente Sassoli non ha escluso la possibilità che il Parlamento Europeo metta il veto al bilancio.

Dopo mesi in cui le politiche nazionali e continentali sono state dominate dagli esecutivi, il Parlamento Europeo potrebbe avere la forza politica di sparigliare le carte, in nome di un interesse comune europeo che, onestamente, si fa fatica a individuare nelle discussioni tra governi in merito a chi dovrebbe beneficiare di più del Recovery Fund.

La battaglia per il futuro dell’Europa è pronta ad iniziare e la posta in palio è il destino di tutti noi europei.  

 

[1] Il quadro finanziario pluriennale (QFP) – in inglese Multiannual Financial Framework (MFF) – è il bilancio a lungo termine dell’UE. Fissa i limiti della spesa dell’UE – nel suo insieme e anche in diversi settori di attività – per un periodo di almeno cinque anni. I recenti QFP hanno coperto di solito sette anni, https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-budgetary-system/multiannual-financial-framework/.