Leader europei a confronto: sul tavolo Recovery fund e tanti nodi da sciogliere

Uno schermo televisivo mostra il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel (in alto) e i leader dell'Unione Europea (UE) (in basso) che partecipano a un vertice europeo virtuale, a Bruxelles, Belgio, il 19 giugno 2020. EPA-EFE/OLIVIER HOSLET / POOL

Al via l’incontro dei leader per discutere di Next Generation Eu: sul tavolo tanti, troppi nodi da sciogliere. Probabilmente serviranno “aggiustamenti fiscali” per garantire che i debiti siano sostenibili.

La riunione di oggi (19 giugno) del Consiglio europeo, in corso, è molto attesa ma allo stesso tempo è accompagnata da basse aspettative. I leader dei paesi membri dell’Ue discutono per la prima volta la proposta della Commissione europea: 750 miliardi di euro per superare la crisi del coronavirus. Quando la proposta è stata annunciata in pochi si aspettavano un piano tanto ambizioso e da subito sono partite le reazioni: i più entusiasti da un lato, Italia e Spagna in testa, in quanto maggiori beneficiari delle risorse; e i più critici dall’altro lato, Olanda, Svezia, Danimarca e Austria, i “frugal fours”. Nel mezzo tante altre posizioni diverse, tra cui segnaliamo la posizione dei quattro di Visegrad, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che vorrebbero più risorse per i Paesi dell’Est ma che nel complesso sono favorevoli alla proposta.

Le posizioni sono talmente varie che è impossibile che oggi si raggiunga un accordo unanime. Anche per questo si tratta di una riunione “informale”.

La discussione sarà indubbiamente “difficile”. I leader dei vari Paesi hanno espresso nelle scorse settimane le loro posizioni, con dichiarazioni ufficiali e non-paper, come quello dei frugali, ma oggi per la prima volta discutono faccia a faccia, seppur dietro uno schermo. 

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I problemi

I problemi sul tavolo sono tanti: innanzitutto per accedere agli aiuti dell’Ue, gli Stati membri dovranno ridurre il loro debito pubblico. Un funzionario dell’Ue ha detto che i Paesi dovranno proporre non solo riforme per modernizzare le loro economie, ma anche “aggiustamenti fiscali” per garantire che i loro livelli di debito siano sostenibili. 

Il debito pubblico dovrebbe salire alle stelle nell’Ue quest’anno, raggiungendo il 196% del Pil in Grecia, il 159% in Italia, il 131% in Portogallo, il 116% in Francia e il 115% in Spagna.

Un’altra questione spinosa è quella della condizionalità per accedere al denaro; anche in questo caso la linea di demarcazione è sempre la stessa: da un lato i Paesi più colpiti, come l’Italia e la Spagna, vogliono una condizionalità minima; dall’altro lato i ‘Frugal Four’  chiedono controlli e riforme più severe per sbloccare i fondi.

I tagli di bilancio e gli aumenti delle tasse causeranno però una tempesta politica nei paesi del Sud come l’Italia, la Spagna o la Grecia, poiché i ricordi del periodo di austerità durante la crisi passata sono ancora vividi. Anche per questo la Commissione nelle soccorse settimane ha detto più volte che non si commetteranno gli stessi “errori” di dieci anni fa.

Oltre alle condizioni per sbloccare i fondi per la ripresa, gli Stati membri continuano a non essere d’accordo sulle dimensioni complessive del fondo, sulla proporzione tra sovvenzioni e prestiti e sui criteri di ripartizione del denaro tra gli Stati membri.

Alcuni Stati membri si oppongono anche all’introduzione di nuovi prelievi per rimborsare i 750 miliardi di euro che l’Ue prenderà in prestito dai mercati. 

Queste nuove tasse Ue includerebbero un prelievo sulle materie plastiche monouso, una tassa digitale o una tassa sulle multinazionali.

Il Parlamento europeo, tuttavia, ha avvertito che non darà il suo consenso al pacchetto se non ci sarà chiarezza sulle nuove risorse proprie.

Affare fatto a luglio?

“Abbiamo una responsabilità collettiva di arrivare a un risultato. Oggi i leader del Consiglio europeo discuteranno il bilancio a lungo termine dell’Ue e il piano per la ripresa per la lotta al Covid-19. Ora è il momento di impegnarsi”. Così su Twitter il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che probabilmente sarà incaricato dai leader di tessere le file del negoziato al termine di questo primo appuntamento. 

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Il commissario Gentiloni aveva parlato della tappa di oggi come di una “una tappa intermedia per avvicinare le posizioni e capire meglio fra capi di Stato e governo le differenze che sono sempre sul tavolo”, ipotizzando che l’intesa definitiva si possa trovare “probabilmente a luglio”. 

“La cosa migliore sarebbe se si arrivasse a un accordo prima della pausa estiva”, ha auspicato invece la cancelliera tedesca Merkel. Così i parlamenti nazionali avrebbero il tempo di ratificare le misure entro la fine dell’anno. Il tempo infatti è infatti il principale nemico e non è un caso che si sono susseguiti gli appelli per chiedere che l’accordo sia trovato in tempi rapidi, pena l’inutilità delle misure rispetto ad una crisi che morde già troppo duramente.

Tutti i leader hanno probabilmente chiaro che l’urgenza è stringente perché le misure possano essere efficaci ma il problema vero è l’unanimità necessaria tra i 27. Sulla proposta finale occorre che tutti siano concordi, nessuno escluso.

La posizione del Parlamento europeo

In questo senso è importante sottolineare la posizione del Parlamento europeo che ha fatto sapere che darà il suo consenso ad un nuovo bilancio a lungo termine dell’Ue solo se il paniere di risorse proprie sarà aumentato per pagare il recovery fund. È quello che emerge in una lettera indirizzata ai leader dell’UE prima del vertice di oggi firmata dai portavoce di cinque dei sette gruppi politici europei: Manfred Weber, presidente del Ppe, Iratxe García-Perez, presidente del S&D, Dacian Cioloș, presidente di Renew Europe, Philippe Lamberts e Ska Keller, in qualità di copresidenti dei Verdi/Ale e Manon Aubry e Martin Schirdewan, copresidenti del Gue/Ngl. 

“Le istituzioni dell’Ue, insieme agli Stati membri, devono assicurare collettivamente che l’Europa uscirà da questa crisi più forte, e questa è l’aspettativa dei nostri cittadini; deludere le loro speranze non è un’opzione”, si legge nella lettera. 

Nel documento, i deputati hanno toccato una delle questioni più controverse sul tavolo tra cui quella delle proporzioni tra sovvenzioni e prestiti. Per i legislatori dell’Ue, almeno 500 miliardi di euro dovrebbero essere distribuiti in sovvenzioni, in contrasto con la posizione dei “Frugal Four”.

Mentre la maggioranza dei gruppi politici europei ha appoggiato la lettera, i gruppi di Ecr e Identità e Democrazia non si sono uniti all’appello. Si tratta delle formazioni politiche di estrema destra, alle quali afferiscono Fratelli d’Italia e la Lega.