Amendola: “Un bilancio e un Recovery Fund ambiziosi per rilanciare l’UE”

Il ministro degli Affari europei Enzo Amendola a Bruxelles. [EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ]

EURACTIV Italia ha intervistato Enzo Amendola, Ministro per gli affari europei, alla vigilia della riunione del Consiglio Affari generali (che riunisce i Ministri per gli affari europei dei Paesi membri) dell’Unione Europea, per una riflessione sulla situazione europea dal punto di vista del governo italiano.

La proposta franco-tedesca di Recovery Fund riprende aspetti della Lettera dei 9 capeggiati da Francia e Italia di marzo. Come valuta la nuova della posizione della Germania?
Da marzo ad oggi ci sono stati molti avanzamenti e scelte importanti a livello europeo: la Banca Centrale Europea (BCE), la Commissione, e anche i 27 Stati membri hanno dato vita a tre reti di protezione, attraverso il programma SURE, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e la Banca Europea degli Investimenti (BEI). Manca l’ultimo passaggio: un bilancio europeo e un Recovery Fund ambiziosi. Rispetto a marzo abbiamo fatto molti passi avanti. L’UE sta reagendo, anche sul punto centrale del Recovery Fund: come svilupparlo e su quali obiettivi. La posizione tedesca nella lettera con la Francia chiarisce che i fondi devono essere presi sul mercato, a debito, e utilizzati a favore dei settori e dei Paesi più colpiti da questa pandemia. Credo che anche altre dichiarazioni di esponenti della CDU, da ultimo il Presidente del Parlamento Schäuble, siano molto importanti. Siamo sulla strada che volevamo: nuovi strumenti e risorse importanti per combattere una recessione che colpisce tutti i Paesi europei, nessuno escluso.

Riuscirete a superare le resistenze dei Paesi “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca e Svezia)?
Ho parlato con tutti i ministri degli Affari europei di questi Paesi e ho spiegato che respingiamo la narrativa dei frugali e degli spendaccioni. L’Italia è un paese fondatore, pilastro e contributore netto dell’UE. Il nostro obiettivo è difendere l’integrità e la competitività del mercato unico europeo, i cui benefici vanno a tutti i Paesi, a partire soprattutto dai frugali. Il nostro obiettivo non è un dibattito bilaterale, ma mettere insieme le idee migliori per difendere il mercato unico europeo, il suo export, i benefici per le popolazioni, la difesa delle catene di valore industriale, comuni a tutti i 27 Paesi. Purtroppo Il documento dei frugali è troppo difensivo rispetto agli obiettivi di difesa e riforma del mercato unico europeo.

Tra SURE, MES e BEI la risposta UE alla pandemia vale già 540 miliardi, senza il Recovery Fund da 500 miliardi ora in discussione. Essenzialmente finanziati con diverse forme di debito europeo. Come andrebbe finanziato il bilancio UE e quindi il debito comune? L’Italia è favorevole a nuove risorse proprie?
Due elementi sono chiari. Anche per i frugali ormai è evidente che le risorse per il Recovery Fund vanno recuperate sul mercato. Nessuno mette più in dubbio che per la quantità di risorse necessarie si debba fare ricorso a titoli di debito. È una battaglia storica, che grandi personalità dell’UE da Delors in poi, hanno proposto molte volte. Queste risorse devono essere gestita dalla Commissione, nel quadro del bilancio e del Quadro finanziario pluriennale, che dovrà valutare i settori e i Paesi più colpiti da questa recessione economica dovuta alla pandemia. Il 23 aprile fatto un compromesso in questa direzione: rendere comune la risposta dei 27 Stati membri. Questa volta il “whatever it takes” lo dicono i Paesi membri, non solo la Banca Centrale Europea.

Per alcuni cui è bene che il governo ponga condizioni e verifichi la solvibilità delle imprese cui fornisce garanzie rispetto ai prestiti bancari, ma male che l’UE faccia altrettanto con gli Stati membri cui fornisce prestiti e sussidi. Se le risorse per la risposta alla pandemia saranno reperite a livello europeo servirà un coordinamento europeo sul loro utilizzo? Quali sono secondo l’Italia le priorità su cui spendere queste risorse?
Purtroppo in Italia il dibattito è schizofrenico. Due mesi fa il refrain era “l’Europa ci ha abbandonato”, ora si discute di come spendere le risorse. Tutto sommato ci vedo un passo avanti contro gli euroscettici. Ovvio che le risorse saranno gestite dalla Commissione, che sta assumendo un ruolo mai avuto prima, visto che dieci anni fa la crisi fu gestita al livello intergovernativo. Quindi la Commissione deve organizzare il bilancio, il Recovery Plan e la gestione di questi fondi. Alcuni chiamano negativamente tutto questo come condizionalità, io invece penso che siano parte di un programma di utilizzo dei fondi che deve essere chiaro per tutti, gestito in maniera saggia e che sia diretto a sostenere non solo il mercato unico, ma anche la sua innovazione. Riforme sono necessarie, per quanto riguarda la competitività, ma anche gli aiuti di Stato , il livello minimo di tassazione, le politiche sociali, il Green deal e il digitale. E tutti devono partecipare, nessuno escluso. Le riforme, come le risorse, sono le due priorità del nostro continente.

Lei dice che ora anche i governi nazionali fanno la loro parte. Ma forse a causa dell’unanimità ci hanno messo molto più tempo rispetto alle istituzioni sovranazionali, come BCE e Commissione. La Commissione Juncker aveva proposto il passaggio al voto a maggioranza qualificata su fiscalità e politica estera. L’Italia sarebbe favorevole?
Siamo favorevoli. Non a caso all’inizio della legislatura il Commissario Gentiloni propose di usare l’art. 116 del Trattato per aggirare l’unanimità quando si parla di armonizzazione del prelievo fiscale. Quindi anche a Trattati vigenti c’è la possibilità di implementare un meccanismo che non sia bloccato dai veti. I veti sono causa dei ritardi peggiori e bloccano il processo di avanzamento e riforma dell’UE.

In Italia sono stati considerati un grande successo i BTP Italia piazzati la settimana scorsa con un tasso dell’1,4%, che può superare l’1,5% con il bonus a scadenza. I prestiti del MES sarebbero ad un tasso dello 0.1% con l’unica condizione dell’uso dei fondi per spese sanitarie dirette e indirette. Non converrebbe usare il MES e risparmiare sugli interessi?
Noi abbiamo sempre detto come governo che negoziamo su tutti i nuovi strumenti di politica fiscale. Si è appena completato l’accordo sui fondi della BEI, la terza rete di protezione. Ora negozieremo il Recovery Fund e il Quadro finanziario pluriennale. Poi valuteremo pragmaticamente insieme, come coalizione in cui ci sono posizioni differenti, le possibilità che questo negoziato offre alle casse dello Stato.

Sul piano globale le tensioni aumentano, da Hong Kong al Mediterraneo. Come valuta l’evoluzione della situazione in Libia? Come vede le prospettive dell’integrazione europea nella politica estera, di sicurezza e di difesa?
È evidente che anche a causa del Covid-19 ci saranno nuovi squilibri geopolitici, oltre a quelli che esistevano da tempo, anche nel Mediterraneo allargato. E principalmente in Libia, dove c’è una presenza di forze esterne nel conflitto. Questo è uno dei gravi problemi dell’UE: avere non solo una sua sovranità e autonomia, ma anche una sua postura geopolitica all’altezza degli squilibri nella comunità globale. Tre mesi fa molti si erano prenotati per il funerale del multilateralismo. Ora dopo il Covid-19 si riscopre che è fondamentale avere un quadro di rapporti serio e stabile per la risoluzione dei conflitti e anche per affrontare i nuovi orizzonti geopolitici. Immagino per esempio il futuro delle relazioni tra UE e Africa, la grande sorella per questo secolo e che ha una sua centralità proprio nelle vicende del Mediterraneo allargato.

Il bilancio UE 2019 era di 165 miliardi, meno dell’1% del PIL. Si va verso un’azione contro la pandemia da oltre 1000 miliardi complessivi. Siamo di fronte ad un salto di qualità nel processo di unificazione europea?
Credo che si sia compresa – e mi fa piacere che anche nel documento franco-tedesco venga ribadita – la centralità dell’art. 311 dei Trattati, sulle risorse proprie. L’Europa deve investire sul reperimento di nuove risorse, che sono legate anche alla sua autonomia dal punto di vista economico e industriale. Penso ad esempio alla digital tax, alla border carbon tax. Dobbiamo spingere sulle nuove risorse, anche per incrementare il bilancio oltre i contributi degli Stati. Questa è la via maestra che l’Europa deve perseguire.

È arrivato il momento di una riforma complessiva dell’UE per gestire tutto ciò? La Conferenza sul futuro dell’Europa è ancora uno strumento adatto o ormai è più urgente mettere mano alla riforma dei Trattati?
Prendo atto di una riflessione comune sulla Conferenza, in corso anche nel Consiglio affari generali. Il piano fatto dalla presidenza croata andrà rivisto e ci auguriamo che quella tedesca possa farlo. Ma il futuro dell’UE si gioca soprattutto nei prossimi due mesi, su come affronteremo questa recessione. Su questo dobbiamo essere chiari e netti. Il futuro dell’Europa passa dalla sua resilienza economia e politica e dall’unità dei 27 in una crisi senza precedenti, una delle più forti e intense nella storia del nostro continente.

@RobertoCastaldi