Capitale europea della cultura 2025: Nova Gorica e Gorizia unite in nome dell’Europa

Punto celebrativo del crollo muro che divideva Gorizia (Italia) da Nova Gorica (Slovenia). Wikipedia/Daniel Enchev

Le due città divise dal confine italo-sloveno (e fino a poco tempo fa anche da un muro) hanno presentato un’unica candidatura e vinto il riconoscimento che porterà ricchezza culturale e risorse economiche. Le due ‘Gorizie’ e la voglia di unità.

Forse non potevano scegliere città migliori per rappresentare come il sentimento europeo, in questo caso a cavallo della cultura, sia più forte di confini e divisioni.

La notizia della vittoria di Nova Gorica e Gorizia, fuse in una unica candidatura a Capitale Europea della Cultura 2025, ha una portata straordinaria, considerando il passato della provincia goriziana, divisa tra la Slovenia e Italia, come rispettivamente le due città.

L’altro centro che completa il quadro della vittoriosa candidatura è la tedesca Chemnitz, denominata Karl-Marx-Stadt ai tempi della Repubblica Democratica Tedesca, non lontana dal confine ceco e anch’essa protagonista del drammatico passato della Seconda guerra mondiale, dove venne completamente devastata dai bombardamenti alleati come altri centri strategici della Germania nazista.

L’annuncio della vittoria è stato dato nel corso di una conferenza stampa online il 18 dicembre scorso, seguita su un maxischermo nella piazza della Transalpina, luogo simbolo dell’apertura tra le due città, quando nel 2004 l’ingresso della Slovenia nell’Unione europea portò all’abbattimento del muro che la divideva insieme al resto della città.

Così, Gorizia e Nova Gorica accantonano ulteriormente un passato fatto di dolorose cesure, proseguendo la strada di un destino comune europeo che le rende ancora più forti e unite. Concorrevano inoltre a Capitale della Cultura le slovene Lubiana, Pirano e Ptuj.

Un ampio programma di appuntamenti, progetti e iniziative, che si concretizzerà nei prossimi anni, è già stato elaborato. Un’opportunità che permetterà la valorizzazione dell’immagine delle città, a favore di vitalità culturale, potenziamento del profilo internazionale, rilancio del turismo e riqualificazione urbana.

“O Gorizia tu sei maledetta”

Recitava così una canzone composta a seguito della sanguinosa battaglia nell’austroungarica Gorizia durante la Prima guerra mondiale e, in un certo senso, la città ha continuato ad essere ‘maledetta’ negli anni. Sicuramente nel periodo della Seconda guerra mondiale, dove si ripeté l’omonima battaglia che portò al diretto controllo del Reich nazista.

A seguire, l’occupazione titina e il ritorno all’Italia, con il definitivo disegno dei nuovi confini dei trattati di Parigi (1947) che divisero la città in due: ad ovest la parte italiana, ad est quella della Repubblica Popolare di Slovenia, al tempo federata alla Jugoslavia socialista.

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Fu così costruito un muro che divideva la città, ormai diventata “le città”. Per la precisione si trattava di un edificio, formato da una base di cemento e una ringhiera di ferro, che non superava i due metri di altezza.

Non era certo come il ben più noto Muro di Berlino innalzato nel ’61, militarizzato e meno penetrabile di quello goriziano. Inoltre, i rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia, una volta risolte tutte le questioni di confine, erano meno tesi rispetto alle altre contrapposizioni della Guerra Fredda, essendo Belgrado fuori dal patto militare di Varsavia e caratterizzato da una politica estera trasversale.

Tra l’altro il transito di persone per motivi prevalentemente di commercio, che ruotava maggiormente intorno a Trieste e ai centri sloveni a ridosso del confine, caratterizzava le due nazioni.

Ma Gorizia, forse più di tutte, aveva a che fare con ferite troppo profonde, acuite anche in periodi lontani dalla tragedia delle Guerre mondiali, considerate Guerre civili europee. Questo accadde quando la Slovenia proclamò l’indipendenza dalla Jugoslavia, di fatto scatenando i conflitti che hanno insanguinato i Balcani occidentali. Fu una vera e propria guerra lampo, ma in quei dieci giorni i combattimenti erano ben visibili e avvertibili dalla parte italiana.

L’entrata della Slovenia nell’Unione europea (2004) ha rappresentato l’avvio di una forte ricucitura. In quell’occasione, poco prima dell’ingresso ufficiale, il muro divisorio fu abbattuto in piazza della Transalpina e rese possibile il libero transito circoscritto all’area e che poi venne esteso con l’adesione di Lubiana al trattato di Schengen 2007 (che è anche l’anno dell’adesione all’Euro).

La presentazione unitaria della candidatura a Città Europea della Cultura (e la conseguente vittoria) mette un altro solido tassello nel processo di riconciliazione tra le due nazioni, che lo scorso luglio hanno suggellato un altro grande passo: l’incontro a Trieste fra i Presidenti della Repubblica Sergio Mattarella e Borut Pahor, che hanno reso omaggio alle vittime del nazionalismo, fascista prima, comunista-titino poi, che stravolse la vasta regione tra Italia e Slovenia.

Prima dell’evento con i due capi di Stato, durante l’ondata pandemica di febbraio-marzo, la Slovenia aveva chiuso le frontiere con l’Italia, per riaprirle poi a giugno con una cerimonia che ha coinvolto i sindaci di Gorizia e Nova Gorica. Nell’occasione, i due primi cittadini hanno tagliato simbolicamente il nastro all’ex valico di via San Gabriele per festeggiare la riapertura.

Di stare divise, le due città, non hanno proprio voglia.