Baku nell’attuale scacchiere geopolitico. Conversazione col Presidente azerbaigiano

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Il Preidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev

Incontro il Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev durante il convegno annuale dedicato alle prospettive di cooperazione nel Caucaso meridionale. Partecipano i più noti “caucasologi” a livello internazionale: come lo svedese Svante Cornell, Brenda Shaffer di Harvard, Michael Reynolds di Princeton e tanti altri provenienti da 23 Paesi diversi.

Il Presidente ci incontra per tre ore alla Azerbaijan Diplomatic Academy, l’ateneo del ministero degli esteri, nel cui campus verrà edificata la sede dell’università italo-azerbaigiana, la cui prima pietra è stata posta recentemente durante la visita del Ministro Luigi Di Maio a Baku. Aliyev si sottopone a domande serrate da parte degli studiosi sulla situazione dei territori liberati dopo la guerra con l’Armenia del 2020, sul ritorno dei profughi interni, sui progetti di ricostruzione che vedono al centro la città di Shusha, proclamata capitale culturale dell’Azerbaigian.

Come è naturale che sia, il discorso vira anche sulla guerra tra Russia e Ucraina, i rapporti con la Russia e l’Europa, le forniture di gas all’occidente nelle quali l’Italia è capofila grazie al gasdotto TAP. In Azerbaigian, va premesso, vi è una forte simpatia popolare a favore dell’Ucraina. Basta vedere le numerose bandiere gialle e blu che campeggiano nei locali della capitale o nei profili social dei giovani. L’Azerbaigian, come l’Ucraina, ha sofferto una mutilazione grave della propria integrità territoriale.

Nel caso azerbaigiano se ne è resa colpevole l’Armenia, in quello ucraino la Russia e le forze filo-russe. Le affinità non si contano: profughi interni, distruzioni, continuo stato di tensione militare. Tuttavia, a differenza dell’Ucraina, la comunità internazionale è rimasta silente per quasi 30 anni di fronte alla tragedia azerbaigiana. Non dico invio di armi, ma neanche supporto politico di fronte alle legittime richieste di Baku di rientrare in possesso del proprio territorio nazionale.

Da ricordare che numerosi documenti di organismi internazionali, incluso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che avevano richiesto il ritiro immediato, completo e incondizionato di tutte le forze dell’Armenia dai territori occupati dell’Azerbaigian, sono rimasti inattuati per decenni. E su questo si sofferma la considerazione più amara del Presidente Aliyev: l’Azerbaigian ha dovuto fare da solo, portando all’implementazione dei documenti stessi. Per tre decenni ha partecipato a negoziati inconcludenti e ipocriti. E la giusta soluzione, cioè che ogni popolo si veda tutelato nei propri confini internazionalmente riconosciuti (che è quanto chiede l’Ucraina), è stata ottenuta solo con l’uso delle armi da parte del Paese aggredito nei confronti dell’aggressore.

Sui rapporti con la Russia e l’Ucraina l’Azerbaigian mantiene una posizione netta: sostegno non militare a Kiev (aiuti umanitari) e dialogo con Mosca, che è anche la forza di peacekeeping nei territori liberati. Personalmente la trovo una posizione molto più utile alla causa della pace di quella scelta dall’Italia di sostenere militarmente l’Ucraina e stare di fatto in guerra contro la Russia. Ma è, ripeto, una posizione personale.

In quanto alla necessità italiana di liberarsi dalla dipendenza del gas russo, di fronte a una mia precisa domanda il Presidente ha messo in chiaro come sia un’operazione complessa. Anzitutto questa esigenza coinvolge attori non statali come il consorzio TAP, che possiede il gasdotto che dalla Turchia giunge sino alle coste pugliesi. Ne va aumentata la portata per renderlo compatibile con un flusso maggiore proveniente dal gasdotto TANAP e questo necessita un ingente investimento privato, essendo privata la proprietà dell’infrastruttura. Poi vanno identificati nuovi giacimenti, aumentate le forniture da fonti rinnovabili, ridefiniti i contratti di vendita del gas che – sottolinea il Presidente – sono un fatto commerciale e non politico. In pratica si può teoricamente raddoppiare il volume di gas azerbaigiano diretto in Italia (oggi il 10% del fabbisogno italiano) ma serve una forte volontà tecnica ed economica.

Non è un percorso semplice e può durare 2-3 anni. Certamente se si dovesse centrare questo obiettivo, unito all’aumento di altre forniture, lo sviluppo della produzione interna e l’aumento delle rinnovabili, si potrà giungere all’indipendenza energetica dalla Russia. E’ tempo per il sistema Italia di mettersi seriamente al lavoro.