Serbia, lo scandalo dei lavoratori vietnamiti innesca una polemica tra il governo e l’Europa

Un lavoratore vietnamita a Zrenjanin. [N1 Serbia]

Un gruppo di eurodeputati ha suscitato la reazione indignata delle autorità di Belgrado per averle invitate a porre fine alla “schiavitù moderna” a cui sono sottoposti centinaia di lavoratori vietnamiti impiegati da un’azienda cinese.

Circa 500 immigrati dal Vietnam impiegati a Zrenjanin, nel nord del paese, nella costruzione la più grande fabbrica di pneumatici cinese sul suolo europeo – di proprietà del colosso globale del settore LingLong – hanno iniziato a scioperare nei giorni scorsi contro le condizioni inumane in cui sono costretti a lavorare e a vivere, e contro il licenziamento di un loro collega che aveva parlato con la stampa.

La situazione dei lavoratori dell’impianto, arrivati in Serbia la scorsa primavera, è stata raccontata anche in un rapporto dell’organizzazione non governativa serba A11-‘Iniziativa per i diritti economici e sociali’, che ha messo in luce le pessime condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, la totale mancanza di diritti e il mancato rispetto delle leggi serbe sul lavoro. Un documento che ha suscitato dure critiche da Bruxelles, a cui il governo di Belgrado ha replicato definendole “un attacco personale” al paese.

Gli eurodeputati Viola von Cramon-Taubadel (Verdi/ALE, Germania), Gwendolyne Delbos-Corfield (Verdi/ALE, Francia), Tineke Strik (Geens/ALE, Paesi Bassi), Toniono Picula (Socialisti e democratici, Croazia), Klemen Grošelj (Renew, Slovenia), Irena Ioveva (Renew, Slovenia) e Thomas Waitz (Verdi/ALE, Austria) si sono dichiarati “sconvolti dalle recenti segnalazioni di un presunto traffico di esseri umani in Serbia” e hanno chiesto “un’azione immediata da parte delle autorità serbe”.

I lavoratori sono arrivati dal Vietnam tramite un’agenzia che ha chiesto loro un pagamento anticipato di un valore compreso tra 2.200 e 4.000 dollari (tra 2.000 e 3.500 euro), per poi essere assunti dal China Energy Engineering Group Tianjin Electric Power Construction Co. LTD, con un accordo che non includeva la data di inizio e con i pagamenti “in nero”.

Secondo il rapporto di A11, la giornata lavorativa si svolge su turni di nove ore e il costo dei dispositivi di protezione individuale viene detratto dallo stipendio. Inoltre, i lavoratori sono tenuti a lavorare 26 giorni al mese, e se non ci riescono perdono l’intero stipendio mensile. Inoltre, se arrivano in ritardo al lavoro, rischiano di perdere l’intera giornata di salario. Inoltre, sono stati anche obbligati a consegnare i loro passaporti.

Per quanto riguarda la loro sistemazione, il rapporto ha rilevato che erano alloggiati in baracche con stanze sovraffollate di letti a castello senza materassi, fatti di assi di legno ricoperte da una sottile trapunta. Nelle baracche c’erano solo due servizi igienici per 500 lavoratori, sistemi fognari inadeguati, un odore persistente di gas e molte bombole di gas non protette.

La ong ha anche affermato che non c’era elettricità, acqua potabile né riscaldamento, e che le docce e il lavaggio dei vestiti dovevano essere fatti con acqua fredda.

Anche la salute dei lavoratori – si legge ancora nel rapporto – è stata messa in pericolo dal punto di vista del virus COVID-19. Alla loro richiesta di essere vaccinati, infatti, i dirigenti dell’azienda hanno risposto che sarebbe stato complicato organizzare la loro immunizzazione, e che la compagnia non sarebbe stata in grado di farlo.

Sul suo sito web, l’eurodeputata von Cramon-Taubadel ha scritto venerdì 19 novembre che è “del tutto inaccettabile che un aspirante Stato membro dell’UE tolleri la costruzione e l’attività sul suo territorio di una fabbrica che secondo quanto riferito è gestita attraverso il traffico e lo sfruttamento di esseri umani. Il silenzio del governo serbo su questo lavoro forzato significa che [i suoi membri] sono complici della moderna schiavitù”.

I parlamentari europei hanno esortato le autorità serbe, il ministero del Lavoro e l’ispettorato del lavoro, il ministero dell’Interno e l’ufficio per il coordinamento delle attività anti-tratta e l’ufficio del pubblico ministero a reagire immediatamente a questi palesi abusi dei diritti dei lavoratori e della dignità umana.

“La Serbia deve dimostrare di appartenere alla famiglia delle nazioni europee promuovendo  elevati standard dei diritti umani e dei lavoratori, anche attraverso la conduzione di un’accurata due diligence degli investimenti cinesi nel paese e attraverso il rafforzamento degli standard lavorativi e ambientali”, ha scritto von Cramon-Taubadel.

Il ministro degli Esteri di Belgrado, Nikola Selaković, ha reagito in modo piccato, definendo le accuse di Viola von Cramon sulla “schiavitù moderna” e sull’“utilizzo della tratta di esseri umani per lo sfruttamento dei lavoratori” come “un altro tentativo di demonizzare la Serbia”.

In un thread Twitter sull’account del ministero, Selaković ha affermato che “i massimi funzionari statali e le autorità competenti hanno reagito con urgenza dopo la pubblicazione degli articoli dei media sulla situazione dei lavoratori vietnamiti in una delle fabbriche in Serbia”, e che “si è scoperto che i fatti avevano poco a che fare con l’immagine creata da un ordinato e coordinato attacco di propaganda politica alla Serbia”.

Il ministro ha preso di mira direttamente von Cramon-Taubadel, accusandola di portare avanti “un’aggressiva agenda anti-serba e anti-cinese, che non ha nulla a che fare con la preoccupazione per i diritti umani”.

Il tono di Selaković ha innescato una reazione amara da parte dell’eurodeputata. Von Cramon-Taubadel ha scritto su Twitter di non poter “più prendere sul serio questa leadership. Invece di scusarsi con i lavoratori vietnamiti per le condizioni disumane, un vero governo se ne assumerebbe la responsabilità, difendono il traffico di esseri umani e la schiavitù moderna incolpando me”.

Nel frattempo, la scorsa settimana, dopo delle nuove ispezioni nel sito di Zrenjanin, i lavoratori vietnamiti sarebbero stati trasferiti in alloggi più dignitosi, e sarebbero stati loro restituiti i passaporti. Non è la prima volta in cui dei lavoratori immigrati denunciano le condizioni estreme in cui vengono trattati in Serbia: qualche mese fa era stato il turno di alcuni cittadini cinesi, impiegati nelle miniere serbe gestite da imprese anch’esse cinesi, ma la loro protesta non aveva suscitato reazioni.