Guerra in Etiopia, la preoccupazione dell’Europa. Il commissario Lenarcic: “Cessare le ostilità”

Rifugiati etiopi del Tigrè nel campo profughi di Um Rakuba in Sudan. EPA-EFE/ALA KHEIR

Il delegato della Commissione europea per la gestione delle crisi, intervenendo da un campo profughi del Sudan, esorta al ripristino delle comunicazioni nel Tigrè bloccate dal governo centrale, invitando le due parti a fermare le violenze. 

Prosegue la crisi umanitaria nel Tigrè sconvolto da un’aspra guerra contro le forze governative etiopi dai primi giorni di novembre. I militari di Addis Abeba sono riusciti ad entrare il 29 novembre a Makallé, capoluogo della regione settentrionale, ma non è ancora chiaro se questo sia un passaggio risolutivo del conflitto o un nuovo elemento di tensione, ipotesi più accreditata, visto che la città rappresenta la roccaforte del Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf), al vertice del governo regionale.

Il governo centrale ha isolato la regione bloccando le comunicazioni e a tal proposito è arrivata l’esortazione da parte di Janez Lenarcic, commissario Ue per la gestione delle crisi, che ha richiamato Addis Abeba alla “revoca del blocco”. L’appello è arrivato dal campo profughi di Um Raquba, in Sudan, dove il politico europeo ha potuto confrontarsi con i rifugiati etiopi fuggiti dalla guerra.

Non più tardi della metà di ottobre, dunque a poche settimane dall’inizio delle ostilità, Lenarcic è stato in visita con l’alto rappresentante Ue Josep Borrell proprio in Etiopia, nell’ambito del nuovo slancio per il partenariato africano.

In questi giorni l’Unione europea si è proposta come intermediaria della crisi, insieme a molti Stati africani e parte della comunità internazionale (tra cui l’Italia), ma il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali non ne ha voluto sapere e anzi ha gestito la questione internamente, occultando il grosso delle notizie sul conflitto.

Con la nuova escalation di violenza decine di migliaia di rifugiati si sono riversati nel Sudan orientale. Molti hanno lamentato di non essere riusciti a tenere i contatti con familiari e conoscenti. “Ho parlato con un certo numero di rifugiati in questo campo oggi e quello che forse è più doloroso sentire è che non hanno nessuna informazione sui loro parenti e amici che sono rimasti indietro”, ha affermato Lenarcic.

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Il commissario Ue ha inoltre esortato il governo etiope a fornire l’accesso agli operatori e ai beni umanitari (l’Etiopia ha formalmente permesso l’accesso nel Tigrè all’Onu e alle organizzazioni umanitarie), invitando entrambe le parti a “cessare le ostilità”.

Perché l’Etiopia è importante per l’Europa

L’Etiopia è un partner strategico per l’Unione europea. Le principali economie del continente, in particolare l’Italia, intrattengono robusti scambi commerciali, culturali e di cooperazione internazionale. Nello specifico, nella regione al centro della contesa sono presenti molte aziende italiane, con una nutrita comunità proveniente dallo Stivale.

Dal 1991 il Paese ha cercato di chiudere definitivamente l’esperienza del “Terrore rosso” caratterizzato dal sanguinario governo di Mengistu Haile Mariam che instaurò un regime filo-sovietico (con forti relazioni con Cuba) dopo la deposizione della monarchia guidata dal negus Hailé Selassié.

Dalla fine dell’oppressivo regime, grazie alla nuova classe dirigente che trovò nel politico Males Zenawi una forte leadership, l’Etiopia ha potuto godere di sostanziale stabilità che l’ha tenuta lontana dalle tensioni etnico-tribali che caratterizzano molti stati africani.

Alla guida del Paese per oltre vent’anni (fino alla morte avvenuta nel 2012 a Bruxelles), Zenawi ha incentrato le proprie politiche per rendere la nazione un punto di riferimento di stabilità per la vasta area del Corno d’Africa, da sempre soggetta a forti tensioni.

Non a caso la vicenda del Tigrè sta destando non poche preoccupazioni per il fragile equilibrio degli Stati confinanti, per l’instabile Somalia, ma anche e soprattutto per l’Eritrea coinvolta nel conflitto e il Sudan, che in queste settimane ha dovuto fare fronte alle ondate migratorie di chi fugge dalla violenza.

La crisi del sistema federale

Le politiche di Zenawi, caratterizzate da riforme istituzionali che stabilirono il federalismo, furono decisive per contenere le tensioni tribali (il leader della rinascita etiope era originario di Adua, città del Tigrè, famosa per i passati coloniali italici). La sua morte però ha dato il via alla crisi del sistema.

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Ad Abiy Ahmed, al potere dal 2018 e appartenente all’etnia oromo, viene rimproverato di aver fatto precipitare definitivamente il delicato equilibrio tribale attestatosi con la scomparsa di Zenawi, avendo escluso il Tplf dal governo e sciolto la coalizione su base etnica per creare il Partito della prosperità, una specie di “partito della nazione”. Nel 2019 il leader etiope, accusato di metodi autoritari da Amnesty international, è stato addirittura insignito del Nobel per la Pace.

Le nuove tensioni

Nello scorso aprile Abiy Ahmed, pare con la scusa del Covid-19, avrebbe negato le elezioni regionali nel Tigrè, mentre il Tplf le ha fatte tenere comunque vincendo in tutte le circoscrizioni. Per Addis Abeba si è trattato di un gesto secessionista, mentre il Fronte di liberazione accusa il governo centrale di aver perpetrato un incostituzionale attacco alle libertà regionali.

Il 29 novembre le forze governative hanno detto di aver preso il capoluogo della regione e mercoledì 2 dicembre, si è appreso dalla Bbc, sarebbe stato arrestato il leader Tplf Keriya Ibrahim, già presidente del Parlamento regionale. I media che stanno seguendo gli avvicendamenti affermano che finora è stato praticamente impossibile verificare sul campo le notizie.

Di sicuro l’escalation di violenza in Etiopia è un campanello d’allarme per la stabilità del Paese e della macro-area del Corno d’Africa, che vede la presenza e i massicci investimenti di potenze internazionali come Russia, Israele (che sta accogliendo alcune centinaia di profughi falascià, ebrei etiopi), Cina e Stati Uniti, con l’inquietudine Ue sui potenziali rischi che correrebbe il partenariato africano se il conflitto dovesse estendersi.