Crisi in Bosnia: Bruxelles minaccia sanzioni. Rapporto sulle riforme evidenzia uno “scarso impatto” dell’azione Ue

Forze di polizia della Srpska Republika marciano durante una parata del 9 gennaio [Vladimir Stojakovic/EPA/EFE]

Dodik va avanti con i proclami di secessione mentre l’Unione europea pensa a contromisure. Intanto secondo la Corte dei conti europea lo sforzo di Bruxelles per accelerare le riforme nei Balcani è ancora insufficiente.

L’Unione europea sta pensando all’adozione di una serie di strumenti, come sanzioni o una riduzione degli aiuti, contro quella che ormai è a tutti gli effetti una escalation di tensione all’interno della Bosnia-Erzegovina (BiH), con proclami e azioni volte alla secessione da parte del leader serbo Milorad Dodik sempre più intenzionato a perseguire l’indipendenza della federata repubblica Srpska.

L’Ue si impegna a “facilitare un dialogo che contribuirebbe a rimuovere gli ostacoli al progresso reale sul percorso europeo della Bosnia-Erzegovina”, ha detto Peter Stano, portavoce dell’Alto rappresentante Ue ricordando che “in caso di ulteriore deterioramento della situazione, l’Unione dispone di un’ampia gamma di strumenti, compreso il regime sanzionatorio esistente, e di un riesame dell’assistenza complessiva europea”.

“L’Ue condanna fermamente la retorica negativa, divisiva e incendiaria impiegata dai leader della Republika Srpska durante le celebrazioni del 9 gennaio”. Stano ha sottolineato come questa retorica abbia “ulteriormente acuito le tensioni tra le comunità in tutto il Paese”.

“La dirigenza della Rs dovrebbe contribuire a porre fine a una preoccupante tendenza all’odio e all’intolleranza”, ha aggiunto Stano, riferendosi in particolare alla glorificazione dei criminali di guerra e alla negazione o esaltazione dei loro crimini. L’Ue ha espresso poi il suo rammarico per il “sostegno offerto da altri partner a tali manifestazioni che minacciano la stabilità regionale e incidono sulle relazioni di buon vicinato”, esortando “tutti i leader, compresi i vertici della Rs, a porre fine ad azioni divisive inaccettabili e a tornare a lavorare a pieno regime nelle istituzioni statali”.

Il paese balcanico-occidentale sta affrontando quella che in molti considerano come la più grande  fase di instabilità dai tempi della guerra del ’92-’95, dopo che il mese scorso il Parlamento serbo della Bosnia ha adottato una tabella di marcia, sebbene non vincolante a livello decisionale, per ritirarsi dalle principali istituzioni comuni (esercito, sistema fiscale e giudiziario). Questi progetti di legge, che vengono considerati una passo della Repubblica serba verso la secessione, devono essere ratificati entro sei mesi.

Alcuni Stati membri dell’Ue, guidati da Olanda e Germania, stanno chiedendo sanzioni contro il leader Dodik. Tuttavia, per il momento le sanzioni dell’Ue, che devono essere approvate all’unanimità, rimangono improbabili poiché Dodik gode del sostegno dell’Ungheria.

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Gli Stati Uniti invece hanno già adottato nuove sanzioni contro il politico secessionista la settimana scorsa. Proteste contro i nazionalisti serbi sono state organizzate a Bruxelles ed anche in altre città, tra cui Ginevra, Londra, Washington DC, Oslo, Roma e Stoccolma.

Invece, nella capitale della repubblica serba Banja Luka si sono tenute domenica le contestate celebrazioni per commemorare il 9 gennaio 1992, quando alcuni membri dell’allora parlamento della Repubblica socialista della Bosnia dichiararono illegalmente la ‘Repubblica serba di BiH’.

La Corte costituzionale di Sarajevo aveva dichiarato questa festa incostituzionale, dicendo che offendeva i sentimenti dei croati e dei bosniaci. Tuttavia, in un’intervista a Večernje Novosti, Dodik ha confermato la sua convinzione che “la RS sarà un giorno uno stato indipendente e avrà un proprio status federale o confederato con la Serbia”.

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Nonostante le ingenti risorse finanziarie investite da Bruxelles e l’alto livello di esperti messi a disposizione in supporto ai paesi dei Balcani occidentali che puntano ad aderire all’Ue, i governi della regione stanno diventando sempre più autoritari.

A dirlo è un nuovo rapporto, pubblicato lunedì 10 gennaio, dalla Corte dei conti europea (Cce), organo di controllo delle finanze Ue, dopo aver esaminato se il sostegno di Bruxelles è stato efficace nel guidare le riforme per migliorare lo stato di diritto nei paesi attualmente in attesa di entrare nel blocco (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia).

“Nel complesso”, spiega il rapporto, “l’azione dell’Ue ha contribuito alle riforme nelle aree tecniche e operative”, ma “ha avuto uno scarso impatto complessivo sulle riforme fondamentali dello stato di diritto nella regione”. “Una ragione chiave per questo è l’insufficiente volontà politica interna di guidare le riforme necessarie”, aggiunge il documento.

Commentando il rapporto, il membro della Cce Juhan Parts ha detto che si tratta di risultati “molto seri”. Bruxelles ha già dichiarato il suo impegno per l’adesione dei Balcani occidentali all’Unione, dopo averlo promesso durante il vertice del 2003 a Salonicco.

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Tuttavia, da allora i progressi sono stati quasi congelati: la Macedonia del Nord e l’Albania stanno aspettando da quasi due anni di iniziare i negoziati, mentre la Bosnia e il Kosovo non hanno ancora ricevuto il via libera; nel frattempo, il Montenegro e la Serbia, visti come i capofila del processo, rimangono lontani dal traguardo.

Podgorica, che ha iniziato i colloqui di adesione con l’Ue nel 2012, ha aperto tutti i temi in discussione, chiamati capitoli, nei negoziati, ma dal 2022 ne ha chiusi solo tre su 33. La Serbia è invece riuscita ad aprire quattro nuovi capitoli da negoziare lo scorso dicembre, ma solo dopo due anni di stallo. “Quindi, la domanda è perché questo processo di allargamento richiede così tanto tempo?”, ha detto Parts.

I revisori hanno esaminato il sistema giudiziario, la lotta alla corruzione, la lotta contro il crimine organizzato e la difesa della libertà d’espressione. “Formalmente, le cose sembrano migliorare o essere stabili, ma la tendenza reale è diversa”, ha detto l’ex primo ministro estone, sottolineando che gli esperti concordano sul fatto che l’autoritarismo sta aumentando nella regione.

“Alcuni paesi [e] settori molto ristretti sono stati testimoni di un leggero progresso, ma il quadro generale per quanto riguarda lo stato di diritto e tutti questi indicatori, non mostra alcun progresso, questa è la realtà”, ha aggiunto Parts.

Pur riconoscendo che “non tutto va male”, i revisori hanno detto che i risultati a breve termine degli investimenti Ue, pari a circa 700 milioni di euro tra il 2014 e il 2020, non sono riusciti a produrre un impatto nel lungo termine.

Nel frattempo, l’esecutivo europeo ha promesso di versare ancora più denaro per rafforzare lo stato di diritto nei Balcani nei prossimi sette anni, destinando a questo scopo il 5% del bilancio dei 14 miliardi di euro dello strumento di assistenza preadesione.

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I revisori ora si aspettano che la Commissione europea lasci perdere la micro-gestione dei progetti per concentrarsi invece su obiettivi basati sull’impatto. I ‘guardiani’ delle finanze Ue vogliono anche che Bruxelles colleghi più strettamente il sostegno ad altri settori, come il finanziamento rurale e infrastrutturale, ai progressi in materia di stato di diritto.

Inoltre, la Cce sta anche spingendo la Commissione ad aumentare il suo sostegno ai media indipendenti e alla società civile, ad esempio introducendo strumenti per controllare come i governi attuano le raccomandazioni.

Le nuove regole sull’allargamento introdotte due anni fa pongono una rinnovata enfasi sullo stato di diritto, con negoziati che si aprono e si chiudono affrontando i cosiddetti cluster relativi ai fondamenti dello Stato di diritto.

La Corte dei conti Ue ha accolto con favore questo nuovo approccio, ma ha detto che bisognerà vedere se il modo in cui viene attuato porta ad un impatto reale. “Dare semplicemente la priorità [allo stato di diritto] non è sufficiente”, ha detto Parts.