Crisi Bosnia-Erzegovina, i serbi approvano mozione separatista. Gli Usa e l’Ue: “Ulteriore passo verso l’escalation”

Il leader serbo-bosniaco Dodik [EPA-EFE/SZILARD KOSZTICSAK]

La Camera dei rappresentanti serba ha votato per ritirare la Repubblica Serba dalle tre principali istituzioni della Bosnia-Erzegovina: pace e stabilità regionale sempre più a rischio, mentre l’opposizione parla di venti di guerra.

La Bosnia-Erzegovina sembra sempre più vicina a una secessione, dopo il voto dei parlamentari serbi di venerdì 10 dicembre che hanno approvato una mozione sul ritiro della Repubblica Srpska (l’entità autonoma serba che compone la federazione) dalle forze armate, dal sistema giudiziario e da quello fiscale della Bosnia.

Le tre istituzioni rappresentano i pilastri chiave della sicurezza comune, dello stato di diritto e del sistema economico del Paese, diviso in due regioni autonome a seguito degli Accordi di pace di Dayton dopo la guerra 1992-1995: la Repubblica Serba e la Federazione croato-musulmana.

“Questo è il momento della conquista della libertà per la Republika Srpska”, ha detto il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik al Parlamento. “La Bosnia è un esperimento, non credo che possa sopravvivere perché non ha una capacità interna di sopravvivere”. Praticamente, il leader serbo, attualmente membro della presidenza interetnica tripartita federale, vuole fare marcia indietro su tutte le riforme fatte dopo la guerra e riportare la costituzione del 1995, sotto la quale lo Stato era rappresentato solo dalle istituzioni di base, mentre tutti i poteri appartenevano alle regioni confederate.

Lo scorso ottobre l’assemblea parlamentare di Banja Luka aveva già dato assenso alla separazione dell’agenzia centrale del farmaco. Approvazione che è valsa un’indagine “violazione dell’ordine costituzionale” verso il Parlamento  da parte della procura di Sarajevo.

Quella approvata nel Parlamento autonomo è una mozione che intende aprire la strada alla secessione dalla Bosnia, ma per ora si tratta di un atto non vincolante. Infatti, non porterà all’uscita immediata della componente serba dalle tre istituzioni che tengono insieme la Bosnia-Erzegovina, in quanto per avallare tale scelta servirebbe anche il sostegno della Dom naroda, l’Assemblea dei Popoli, che nel Parlamento nazionale funge da camera alta. Sostanzialmente, la mozione dice che il governo regionale dovrebbe redigere nuove leggi su esercito, sistema fiscale e giudiziario nei prossimi sei mesi, per sostituire le leggi statali.

Inoltre non tutto il blocco serbo è compatto: i gruppi di opposizione hanno criticato la mozione, definendola una prima prova della campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo anno, lasciando la sessione prima che il voto avesse luogo.

I leader dell’opposizione hanno poi sollevato l’allarme sulla situazione che si è andata a creare, sostenendo che essa potrebbero condurre la repubblica serba a una nuova guerra. “Penso che la strada che avete scelto sia pericolosa per la Repubblica Srpska e non possiamo seguirla”, ha detto Mirko Sarovic, il politico a capo del Partito Democratico Serbo (Sds), il più grande schieramento all’opposizione.

Il partito Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) di Dodik e i suoi alleati, che controllano il parlamento regionale composto da 83 seggi, hanno sostenuto il ritiro dalle istituzioni con 48 voti. Ma con l’abbandono dell’aula da parte dell’opposizione, erano presenti solo 52 deputati.

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Dopo che la parte serbo-bosniaca ha annunciato di volersi ritirare dall’esercito federale, l’Ue risponde sostenendo le forze armate unificate.

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In ogni caso, si tratta di una forte affermazione di intenti da parte del leader Dodik che da tempo si lamenta delle istituzioni statali come magistratura e procuratori, sostenendo che sono stabilite sulla base delle decisioni di inviati di pace internazionali e non sancite dalla Costituzione, adattata dopo la guerra attraverso sentenze fissate dagli inviati e tramite accordi tra le due entità federate.

Certo, il leader serbo-bosniaco si sta attirando non pochi malumori, in particolare da parte del presidente della Serbia Vucic e della comunità internazionale che lavora per l’unità della Bosnia.

In una dichiarazione congiunta, le ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, insieme alla delegazione dell’Unione europea, hanno detto che la decisione del parlamento serbo-bosniaco “è un ulteriore passo verso l’escalation”.

Secondo gli ambasciatori “i membri della coalizione di governo” della Repubblica Srpska “devono essere consapevoli che continuare questo percorso senza via d’uscita, che sfida la pace di Dayton, sta danneggiando le prospettive economiche dell’entità, minacciando la stabilità del paese e dell’intera regione e mettendo in pericolo il futuro della Bosnia-Erzegovina con l’Ue”.

“L’aumento delle tensioni e il blocco della funzionalità delle istituzioni limiteranno le opportunità economiche a disposizione dei cittadini, scoraggeranno gli investimenti e distrarranno dalla lotta alla corruzione – prosegue la nota –. I politici della Rs (repubblica serba, ndr) e quelli dell’Fbih hanno l’opportunità di riprendere il dialogo e di trovare urgentemente una soluzione”.

“Incoraggiamo tutti i leader a ricostruire la fiducia reciproca abbandonando immediatamente la retorica divisiva” e a tornare nelle istituzioni statali “a pieno titolo, dove possono anche parlare delle questioni di disaccordo”. “L’attenzione dovrebbe ora concentrarsi sull’avanzamento delle riforme importanti per i cittadini e per il percorso di adesione all’Ue”, conclude la dichiarazione congiunta.