Allargamento Ue: i nuovi aiuti ai Balcani e lo stallo con la Turchia

epa08725923 Il Commissario europeo per il vicinato e l'allargamento Oliver Varhely (R) parla con il Primo Ministro macedone Zoran Zaev (L) durante la cerimonia di benvenuto a Skopje, Repubblica della Macedonia del Nord, il 07 ottobre 2020. EPA-EFE/GEORGI LICOVSKI

La Commissione europea ha pubblicato il 6 ottobre il tanto atteso pacchetto sull’allargamento, nel tentativo di sbloccare un processo ormai in stallo, con la promessa di un’assistenza economica più sostanziale in cambio di riforme strutturali. Il pacchetto comprende report specifichi per ciascun Paese coinvolto: i sei dei Balcani occidentali e la Turchia.

Il tono generale dei documenti della Commissione è stato più positivo rispetto al “vertice sull’allargamento” dell’Ue, tenutosi a maggio, che aveva inviato segnali contrastanti omettendo del tutto la parola allargamento.

Le relazioni sui Paesi sono state accompagnate da un piano di investimenti della Commissione per la regione dei Balcani occidentali.

Supponendo che i budget per l’assistenza preadesione rimangano ai 12,6 miliardi di euro concordati dai leader europei quest’estate, la Commissione prevede di investire quasi il 70% dei finanziamenti disponibili per l’allargamento, ovvero 9 miliardi di euro, per i sei paesi dei Balcani occidentali: Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia.

Inoltre, la Commissione prevede anche di istituire un meccanismo di garanzia per ottenere fino a 20 miliardi di euro di ulteriori investimenti pubblici e privati.

Complessivamente, i finanziamenti potrebbero rappresentare quasi un terzo del Pil totale della regione, attualmente pari a circa 100 miliardi di euro, e portare ad una crescita del 3,6%, secondo le speranze della Commissione. Ciò avviene al netto dei 3,3 miliardi di euro già stanziati per sostenere i paesi balcanici dopo la crisi causata dal Covid-19.

Il miglioramento delle infrastrutture di trasporto sarà uno dei principali obiettivi del piano settennale, con tre dei dieci progetti faro che si concentrano sui collegamenti in tutte le direzioni.

“Dobbiamo collegare la regione con l’Europa, molto meglio, ma dobbiamo anche collegare la regione all’interno. Così abbiamo deciso di fornire piani per collegare tutte le capitali con la strada e la ferrovia”, ha detto il capo della Commissione per l’allargamento e il vicinato Olivér Várhelyi.

“I collegamenti autostradali e ferroviari sono incompleti e impediscono di per sé nuovi flussi commerciali all’interno e con la regione”, ha detto Várhelyi ai deputati al Parlamento europeo.

I piani includono il completamento della parte kosovara dell'”Autostrada della Pace” che collega gli ex nemici di Pristina e Belgrado, e da lì il miglioramento del collegamento con Podgorica e Sarajevo.

Il Commissario per l’Allargamento, Oliver Varhelyi, ha però specificato che tali investimenti dovranno essere accompagnati da risultati concreti nell’implementazione delle riforme strutturali. “Abbiamo regole molto chiare nella nuova metodologia. Vedrete che tendiamo a portare avanti la parte economica di pari passo con le riforme. “Se vediamo una battuta d’arresto o una situazione di stallo nelle riforme, sarà impossibile continuare i finanziamenti”, ha chiarito Varhelyi alla commissione affari esteri del Parlamento europeo.

Varhelyi ha confermato che presto visiterà i Balcani occidentali e comunicherà ai politici della regione “quello che possono perdere se non soddisfano le condizioni”.

Paesi candidati

All’inizio di quest’anno il Consiglio europeo ha dato il via libera all’avvio dei negoziati di adesione con la Macedonia del Nord e l’Albania, dopo che il processo di allargamento era stato di fatto congelato lo scorso anno a causa del veto della Francia.

Nei rapporti, la Commissione ha confermato il conseguimento di ulteriori progressi nell’attuazione delle riforme strutturali nei due Paesi.

La Macedonia del Nord, che insieme all’Albania spera di avviare i colloqui di adesione già nel corso di quest’anno, ha il giudizio più positivo tra i sei Paesi balcanici.

La Commissione ha riconosciuto le elezioni di quest’anno, che hanno portato alla riconferma del leader socialdemocratico Zoran Zaev, che è riuscito, tra le altre cose, a risolvere la disputa sul nome del Paese che da decenni aveva creato tensioni con la Grecia.

Tuttavia nel rapporto si avverte che “la corruzione è prevalente in molte aree e che è necessario garantire un approccio più proattivo da parte di tutti gli attori impegnati nella prevenzione e nella lotta alla corruzione”.

Per quanto riguarda l’Albania, la Commissione ha sottolineato i progressi nelle riforme giudiziarie e nella lotta alla corruzione, ma ha sottolineato che “il dialogo politico nel paese deve essere migliorato” e che “l’ambiente politico in Albania continua a essere caratterizzato da un’intensa polarizzazione”.

Un requisito per l’apertura dei negoziati di adesione era una Corte costituzionale pienamente funzionante. Finora la Corte ha solo quattro dei suoi nove membri e ne servono almeno cinque per raggiungere il quorum decisionale.

Varhelyi ha detto di aver però notato “l’impegno a nominare i posti vacanti mancanti” e affronterà la questione durante una visita a Tirana questa settimana.

La Commissione ha criticato invece il Montenegro, un Paese che ha avviato i negoziati di adesione all’UE nel 2012. Il punto centrale su cui sono richiesti progressi, in questo caso, è la libertà di espressione.

Il rapporto ha dichiarato che “sebbene ci siano stati progressi sulla legislazione in materia di media, ciò è stato messo in ombra dagli arresti e dai procedimenti contro i redattori dei portali online e i cittadini per i contenuti che hanno pubblicato o condiviso online nel corso del 2020”.

La Commissione ha osservato che “il crescente volume di disinformazione a livello regionale ha ulteriormente polarizzato la società all’indomani dell’adozione della legge sulla libertà di religione e durante la campagna elettorale”.

La Commissione ha criticato invece la Serbia per le elezioni parlamentari tenutesi a giugno, segnate da un boicottaggio dell’opposizione.

“Il nuovo parlamento serbo è caratterizzato dalla schiacciante maggioranza della coalizione al potere e dall’assenza di una valida opposizione, una situazione che non favorisce il pluralismo politico nel Paese”, si legge nel rapporto.

Vi si legge inoltre che “mentre le opposizioni hanno potuto fare campagna elettorale e le libertà fondamentali sono state rispettate, la scelta degli elettori è stata limitata dal vantaggio schiacciante del partito al governo e dalla promozione delle politiche di governo da parte della maggior parte dei principali media”.

La Commissione ha inoltre visto positivamente la ripresa del dialogo Serbia-Kosovo, avvenuta quest’estate, ma ha ammonito che soprattutto Belgrado “deve fare ulteriori sforzi sostanziali e contribuire a raggiungere un accordo globale giuridicamente vincolante con il Kosovo”.

Potenziali candidati

Per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, non ancora candidata ufficiale all’Ue, la Commissione ha criticato Sarajevo per la situazione di stallo politico che si è venuta a creare dall’inizio di quest’anno.

“Non è stato fatto alcun progresso nel migliorare il quadro elettorale in linea con gli standard europei e nel garantire la trasparenza del finanziamento dei partiti politici”, si legge nel documento.

Inoltre si riporta che “la corruzione è rimasta diffusa” e interessa tutti i livelli di governo.

Il rapporto sul Kosovo ha evidenziato che “la corruzione è diffusa e rimane una questione di seria preoccupazione”, e ha sottolineato la necessità di “una forte volontà politica per affrontare efficacemente i problemi della corruzione, così come una solida risposta della giustizia penale alla corruzione ad alto livello”.

Caso speciale: Turchia

La Commissione ha dichiarato che la Turchia sta continuando a discostarsi dai valori della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti fondamentali e ha minato, tra le altre cose, anche il principio dell’indipendenza giudiziaria. Ha affermato che Ankara non ha fatto progressi nella lotta alla corruzione, segnalando l’inesistente separazione dei poteri e le gravi preoccupazioni per il funzionamento dell’economia.

Alla luce di ciò, per la Commissione “i negoziati di adesione della Turchia all’Ue si sono effettivamente fermati“.

Una nota positiva è che “la Turchia ha continuato ad allinearsi all’acquis dell’Ue, anche se a un ritmo molto limitato e in modo frammentario”.

Nel report della Commissione si sottolinea che la Turchia ha “svolto un ruolo chiave nell’assicurare un’efficace gestione dei flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo orientale” nell’attuazione dell’accordo Ue-Turchia del 2016, una frase che solleverà certamente le critiche degli Stati membri e degli attivisti per i diritti umani, dato che il governo di Ankara ha spesso usato i migranti come arma di ricatto per mettere sotto pressione l’Ue.

Tuttavia, la politica estera della Turchia “si è scontrata sempre più con le priorità di sicurezza e di politica estera dell’Ue”, si legge nel documento. Ne sono un esempio le attività di trivellazione illegali nel Mediterraneo orientale.

“L’Ue ha ripetutamente sottolineato la necessità di rispettare i diritti sovrani dei suoi Stati membri”, ha ribadito la Commissione.

Si esorta dunque la Turchia a “impegnarsi inequivocabilmente a favore di relazioni di buon vicinato, di accordi internazionali e di una soluzione pacifica delle controversie” in conformità con il diritto internazionale.

I commenti arrivano solo pochi giorni dopo un vertice cruciale dell’Ue, in cui i leader hanno avvertito Ankara che potrebbe dover affrontare sanzioni “immediate” se persiste con l’esplorazione del gas nelle acque cipriote.