Africa, il Global Gateway Ue non convince gli osservatori locali: far concorrenza a Pechino non sarà semplice

Un momento del forum Ue-Africa sugli investimenti green dell'aprile 2021. [EPA-EFE/MANUEL DE ALMEIDA]

Una delle principali critiche degli osservatori è che l’Ue non ha consultato i partner africani prima di lanciare l’iniziativa. Inoltre per molti Paesi le offerte di Pechino continuano a essere più vantaggiose.

L’Unione europea ad inizio dicembre ha lanciato la Global Gateway, presentandola come un’alternativa alla Belt and Road cinese, più sostenibile e più trasparente.

Bruxelles si è impegnata a mobilitare oltre 300 miliardi di euro di investimenti tra il 2021 e il 2027 per sostenere una transizione verde e digitale in tutto il mondo, attraverso lo sviluppo di nuove infrastrutture nei Paesi terzi. L’iniziativa è stata annunciata il giorno dopo la fine dell’importante vertice Cina-Africa tenutosi a Dakar, in Senegal, con la precisa intenzione da parte di Bruxelles di sottolineare le differenze tra la strategia europea e quella cinese.

L’Africa potrebbe sfruttare gli investimenti della Global Gateway. La Banca Africana di Sviluppo stima i bisogni infrastrutturali del continente in 130-170 miliardi di dollari all’anno, con un gap di finanziamento di 68-108 miliardi di dollari. Ma, come spiega Chloé Farand in questo articolo , gli esperti africani finora sono apparsi piuttosto scettici nei confronti dell’iniziativa Ue. Mentre la Cina progetta strade, ponti e dighe dando prova del suo impegno ventennale in Africa, a loro dire quella dell’Ue sembra più una lezione che porta con sé nuova burocrazia.

“Chi ascolta e comprende il contesto in cui operano i paesi africani sarà il miglior partner per lo sviluppo”, ha dichiarato a Climate Home News Ovigwe Eguegu, un consigliere politico nigeriano della società di consulenza Development Reimagined.

Secondo Eguegu l’Unione europea “è quella che non ascolta” che solo “ora si rende conto che l’Africa è seriamente intenzionata a costruire infrastrutture”. “In un certo senso, l’Ue che ora propone il Global Gateway sta riconoscendo che la Cina ha saputo vedere una prospettiva di sviluppo in Africa”, ha aggiunto l’esperto nigeriano.

L’iniziativa Global gateway prevede 2,4 miliardi di euro in sovvenzioni per l’Africa sub-sahariana e 1,08 miliardi di euro per il Nord Africa per favorire la diffusione delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica e per rendere sostenibili le catene di valore locali. Altre proposte prevedono lo sviluppo della catena del valore dell’idrogeno verde e l’iniziativa Africa-Ue sull’energia pulita per integrare i mercati energetici regionali.

La Global Gateway “apre la strada a tantissime nuove possibilità”, ammette Cobus van Staden, ricercatore senior sulle relazioni Cina-Africa al South African Institute of International Affairs, ma per ora presenta più domande che risposte, aggiunge.

Per l’algerina Faten Aggad, ex consigliere dell’alto rappresentante dell’Unione africana per i negoziati Africa-Ue, la proposta è deludente e manca di un impegno preciso a mobilitare nuove e ulteriori risorse. “Il finanziamento della Cina è attraverso prestiti, ma almeno è sul tavolo”, osserva. “Per come stanno le cose, la Cina continuerà ad essere sicuramente un partner molto più attraente. L’Ue dovrà alzare la sua offerta se vuole essere veramente rilevante”.

I primi risultati di un sondaggio Afrobarometer 2019/20, rete panafricana che si occupa di fare ricerche sulle governance e le democrazie in Africa, mostrano che il 59% degli intervistati pensa che l’influenza economica e politica della Cina sia per lo più positiva. Mentre solo il 46% di loro ritiene che possa esserlo quella esercitata da ex potenze coloniali. Una delle principali critiche di Faten Aggad al Global Gateway è che l’Ue non ha consultato i partner africani prima di lanciare l’iniziativa. Un’opinione condivisa anche da altri analisti.

“C’è stata una consultazione con i partner africani prima del Global Gateway? Zero”, sottolinea Eguegu, “non ci si può aspettare alcun entusiasmo (da parte dell’Africa, ndr) perché nessuno sa cosa significheranno queste promesse e come saranno tradotte in concreto”.

Al contrario, Pechino ha tenuto incontri e consultazioni con i partner africani per diversi mesi in vista del Forum sulla cooperazione Cina-Africa di novembre. In quel contesto, il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha annunciato che la Cina destinerà un quarto dei suoi diritti speciali di prelievo del Fmi ai paesi africani per la ripresa post-pandemica: una riallocazione più generosa di quella di qualsiasi altro paese Ocse.

Ad ottobre a Kigali, capitale del Ruanda, si è svolta una riunione ministeriale tra l’Ue e l’Unione africana ma da allora le relazioni con Bruxelles sono diventate tese, evidenzia Aggad.

La tassa sulla CO2 alla frontiera prevista dall’Unione potrebbe essere troppo costosa per alcuni esportatori africani, se non ricevono in cambio alcun sostegno che li aiuti a rendere più “verdi” le loro industrie. E l’Unione europea, in una dichiarazione  congiunta con l’Unione africana, ha voluto citare l’iniziativa congiunta Africa-Ue per l’energia verde, malgrado l’Unione africana avesse obiettato di non essere stata informata sul piano. “Questa iniziativa non è ancorata a un processo politico”, osserva Aggad, aggiungendo che non è la prima volta che il punto di vista dell’Africa viene scavalcato.

Il vertice Ue-Unione Africana previsto per febbraio potrebbe essere comunque una buona occasione per migliorare le relazioni e sviluppare proposte concrete. La Commissione europea ha fatto capire chiaramente che il Global Gateway è risposta diretta alla Nuova via della Seta e alla crescente assertività della Cina.

L’approccio cinese è stato criticato per la concorrenza sleale, la mancanza di trasparenza, il trasferimento di tecnologie, la promozione della velocità rispetto alla qualità, la limitata creazione di posti di lavoro e le condizioni sfavorevoli dei termini sui finanziamenti che aumentano il debito dei Paesi beneficiari. Ma, secondo gli osservatori, alcune di queste cose stanno cambiando.

Il presidente Xi Jinping ha chiesto di fermare la costruzione di impianti a carbone all’estero. La Cina sta puntando su progetti infrastrutturali di energia rinnovabile su larga scala nell’Africa sub-sahariana e sta iniziando a prendere in  considerazione alcuni standard di sostenibilità ambientale.

Nei documenti di presentazione del Global Gateway l’Ue afferma che questa strategia mira a “creare legami e non dipendenze” e a investire in progetti “che possono essere portati a termine con standard elevati”.

“Vogliamo adottare un approccio diverso”, ha sottolineato nella conferenza stampa di lancio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: “Vogliamo dimostrare come con un approccio democratico, fondato sui nostri valori, siamo in grado di affrontare le sfide globali”.

Ma non è ancora chiaro come verrà tradotto questo approccio. Ciò che per l’Ue rappresenta una buona governance, da molte nazioni africane viene vista come onerosa burocrazia.

“Penso che ci sia il rischio che questo finisca per favorire i paesi più ricchi”, dice van Staden. Con la Cina ci sono meno ostacoli da superare, il che significa che i progetti possono essere avviati rapidamente. “E questo è importante in Africa perché molti di questi progetti infrastrutturali sono legati ai cicli elettorali”, spiega lo studioso sudafricano.

In Nigeria, gli standard ambientali dell’Ue saranno “un’arma a doppio taglio”, osserva Eguegu. Anche se sono importanti per la transizione energetica, risultano “secondari” rispetto al forte deficit infrastrutturale della nazione.

“La Nigeria non ha intenzione di sedersi e lasciare che sia l’Ue a decidere se deve espandere i suoi investimenti in idrocarburi o  meno”, ha aggiunto, ma cercherà accordi con altri partner tra cui la Cina, la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti, sempre più attivi nel continente africano.

Questo punto di vista è condiviso da altri osservatori in tutto il continente. Secondo Afrobarometer, il 55% degli africani crede che i finanziatori e i donatori stranieri dovrebbero permettere ai governi africani di decidere liberamente come utilizzare le loro risorse.

Per Eguegu, il fatto che il Global Gateway venga presentato come una risposta alle mosse cinesi è “problematico” e suggerisce che l’Ue è più interessata al gioco di potere che a fornire infrastrutture all’Africa. Per affrontare il deficit infrastrutturale serve “la cooperazione, non la competizione”, sottolinea.

Lo scarto per colmare questo gap infrastrutturale è così ampio che “nessun partner è abbastanza grande per essere in grado di affrontarlo”, dice van Staden. “La preoccupazione geopolitica non dovrebbe mettere in crisi il potere decisionale dell’Africa”.

Dove la cooperazione non è possibile, la concorrenza virtuosa tra la Cina e l’Occidente potrebbe contribuire ad abbassare il costo dei progetti e fornire ai paesi africani migliori accordi di prestito, osserva Patrick Anam, un avvocato keniota ed esperto di politica commerciale del gruppo di consulenza Development Reimagined.

L’Ue ha però un vantaggio sulla Cina in alcune aree: da un rapporto dell’African Climate Foundation, pubblicato la scorsa settimana, emerge che pochissimi progetti di energia rinnovabile sono pronti per essere sviluppati in Africa, in gran parte per mancanza competenze tecniche e di studi di fattibilità, un gap che l’Unione europea potrebbe contribuire a colmare.

Secondo Anam, l’Ue dovrebbe portare in Africa il proprio know-how tecnologico per accelerare la transizione energetica delle industrie inquinanti. Sostenere che è necessario “costruire un enorme parco solare è inutile se dobbiamo far volare ingegneri dal Belgio o dalla Francia per venire a ripararlo”, osserva l’avvocato keniota.

“I paesi africani hanno bisogno di ridefinire ciò che vogliono veramente da questo rapporto con l’Ue”, dice Anam. “Non spetta all’Ue, alla Cina o agli Stati Uniti dire questo è quello di cui avete bisogno. Ma anche l’Africa deve sedersi al tavolo avendo le idee chiare su cosa vuole”.