Accordo Europa-Africa: il coronavirus rende più difficile il percorso

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha incontrato il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed nel dicembre 2019, nell'ambito di un viaggio per incontrare anche il capo dell'Unione Africana Moussa Faki Mahamat. [EPA-EFE/STRINGER]

Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno dell’accordo UE-Africa, con un vertice a definirlo. Non tutti però sono fiduciosi all’idea di un partenariato paritario. Poi all’improvviso è arrivato il coronavirus. L’analisi di Marina Strauss da Bruxelles.

Questo  articolo proviene dal media partner di EURACTIV Deutsche Welle .

Questo febbraio, per la seconda volta da quando ha assunto l’incarico alla fine del 2019, Ursula von der Leyen è partita per Addis Abeba, capitale dell’Etiopia e sede dell’Unione Africana. In entrambi gli incontri non ha perso occasione per spiegare quanto fosse importante per lei il continente africano.

Tutto questo è stato una preparazione per la nuova strategia UE-Africa, che la Commissione ha presentato all’inizio di marzo. Al centro del dibattito le relazioni con il continente vicino, che devono essere riviste. Si va verso un partenariato equilibrato, che metta al centro gli interessi di entrambi i continenti.

Dal punto di vista dell’UE, questa strategia è il primo passo di un cammino lungo mesi verso il sesto vertice UA-UE, che si terrà a Bruxelles alla fine dell’anno. In un incontro a Kigali, in Ruanda, questa volta a livello ministeriale, alcuni ostacoli sarebbero dovuti essere eliminati in anticipo. Ma poi è arrivato il Covid-19, l’incontro è stato rinviato, così come tante altre cose.

Una prospettiva puramente europea?

Nessuno contesta il fatto che il partenariato resti importante per entrambe le parti. La questione che ora si pone è piuttosto quanto velocemente i rappresentanti di entrambi i continenti possono continuare a lavorare.

Da parte dell’UE, c’è chi vuole, per quanto possibile,  continuare a perseguire la strategia, dice Geert Laporte, capo dello European Think Tanks Group e ricercatore presso il think tank ECDPM di Bruxelles. E c’è chi chiede un ripensamento a causa della crisi del coronavirus. Alcuni hanno criticato il fatto che la strategia fosse già obsoleta al momento della sua pubblicazione, ha detto Laporte. Soprattutto perché i temi della salute e delle pandemie erano stati molto sottovalutati.

Faten Aggad è consulente dell’Unione Africana sulle questioni dell’UE. Secondo lei, non si tratta di stabilire se la strategia dell’UE sia o meno superata a causa della pandemia, ma di stabilire se essa assuma una prospettiva puramente europea. Dal punto di vista dell’Unione Africana, ci sono quattro pilastri importanti per il partenariato con l’UE: commercio, migrazione, sicurezza e clima. Sono tutte questioni che l’UE presenta come il cuore della sua strategia. Ma: “Il diavolo è nei dettagli”, dice Aggad.

Quando si tratta di commercio, per esempio, l’Europa e l’Africa sono d’accordo sul fatto che devono cooperare, ma gli approcci sono completamente contraddittori. Per il continente africano, la “Continental Free Trade Area” (CFTA), una zona di libero scambio di 54 Stati dell’UA, è attualmente al centro dell’attenzione. Si tratta di un progetto epocale che avrebbe dovuto iniziare a luglio, ma che ora è in ritardo a causa della crisi di Covid 19.

Una nuova partnership Africa-Europa dopo il coronavirus

L’UE deve guardare oltre i suoi confini, assumere quella leadership globale che l’emergenza coronavirus richiede, e formare una nuova partnership con l’Africa, sostengono i direttori dell’European Think Tanks Group.

Anna Katharina Hornidge è direttrice dell’Istituto tedesco per lo sviluppo. Carl Michiels …

I controversi accordi commerciali dell’UE

Sebbene l’UE stia sostenendo questo processo nel continente vicino, vuole continuare con i controversi “Accordi di partenariato economico” (APE). Tali accordi mirano a creare più prosperità in Africa attraverso il libero scambio. Tuttavia, le ONG e la società civile africana li criticano continuamente poiché le importazioni a basso costo dall’Europa possono distruggere le industrie africane.

L’UE negozia questi APE nell’ambito dell’accordo di Cotonou. Si tratta di un quadro che governa le relazioni dell’Unione Europea con i Paesi ACP, ovvero 79 Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, principalmente ex colonie delle maggiori potenze europee.

Poiché l’accordo di Cotonou scade nel 2020, una nuova proposta avrebbe dovuto essere sul tavolo già in aprile. “Ci sono ancora molte questioni irrisolte riguardo la direzione strategica del programma”, dice Udo Bullmann, deputato della SPD e portavoce dei socialdemocratici nella commissione per lo sviluppo del Parlamento europeo. È ormai chiaro che le trattative, anche a causa del Covid-19, richiederanno molto più tempo del previsto.

Tuttavia, i critici trovano da ridire non solo sui possibili contenuti di un accordo post-Cotonou, ma anche sulla struttura di base di quest’ultimo. Come la questione riguardante l’Unione Europea che non negozia direttamente con l’Unione Africana, ma con gli Stati ACP, ai quali appartiene solo la parte meridionale del continente.

ACP: “ Un polpo a diversi tentacoli”

“L’Africa ha una propria realtà, una propria immagine di sé, che può difendere al meglio agendo come un blocco unito”, dice Mohamed Diatta, ricercatore dell’Institute for Security Studies (ISS) di Addis Abeba. Anche Geert Laporte dell’ECDPM di Bruxelles ritiene che sarebbe meglio che le relazioni UE-ACP appartenessero al passato. “L’ACP è un polpo a diversi tentacoli”, afferma Laporte. Uno di questi tentacoli è l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

Alviina Alametsä, eurodeputata dei Verdi finlandesi, è stata recentemente un membro. “Penso che l’Assemblea contribuisca a migliorare la cooperazione tra le regioni coinvolte”, dice, “ma penso anche che dovremmo cooperare di più con l’Unione Africana poiché rappresenta un attore fondamentale”. Alametsä ritiene importante rivedere la politica commerciale in modo che sia equa nei confronti dei Paesi africani. “Abbiamo una responsabilità nell’ottica della storia coloniale dell’Europa”.

Responsabilità che la Commissione Europea e gli Stati membri dell’UE sostengono di assumersi in questa crisi. Oltre 20 miliardi di euro servono ad attutire le conseguenze in Paesi particolarmente vulnerabili, soprattutto in Africa. Alcuni chiedono un maggiore impegno finanziario da parte dell’UE. Ma per molti nel continente africano si tratta più che altro di allontanarsi finalmente dalla mera espressione di interesse dell’UE. La consulente dell’UA Faten Aggad afferma che le due Unioni continentali dovrebbero parlare di risultati. Quindi non di quali siano i progetti da portare avanti, bensì di come realizzarli.