Strategia europea sul clima, l’importanza delle foreste

Il cielo notturno sopra una foresta di abeti sul monte Vermio, Naousa, Grecia, 15 agosto 2020. EPA-EFE/DIMITRIS TOSIDIS

Il piano sul clima per il 2030, presentato dalla Commissione europea, ha posto sotto i riflettori il tema delle foreste: esse sono il principale “pozzo di assorbimento del carbonio” d’Europa e la loro capacità di immagazzinare anidride carbonica deve essere preservata per raggiungere gli obiettivi climatici dell’UE. Invece, il loro contributo al raffreddamento del clima terrestre non è oggi pienamente considerato in ambito ONU.

Le foreste sono state definite come la più importante fonte di servizi eco-sistemici: il Global Forest Resource Assessment (FAO, 2010), attraverso l’analisi di 90 indicatori in 233 paesi, ha riconosciuto il ruolo decisivo di alberi e boschi nel contenere l’effetto serra e nella lotta alla fame, alla desertificazione, alla perdita di biodiversità. Queste sono scoperte in qualche modo abbastanza recenti; da sempre invece sappiamo che le foreste sono essenziali anche per la riduzione delle frane e dei fenomeni erosivi.

La silvicoltura nel sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE?

La Commissione europea ha lanciato un campanello d’allarme: la capacità delle foreste di assorbire l’anidride carbonica – il principale gas serra responsabile del riscaldamento globale – è in calo dal 2013. Bisogna però che tale capacità sia ripristinata e “torni ai suoi livelli precedenti” se l’Europa vuole davvero ridurre le emissioni a zero; lo ha detto Frans Timmermans, responsabile dell’Ue per il clima, presentando il piano climatico della Commissione per il 2030. Proprio in questo contesto, la Commissione ha affermato che “occorre un pozzo di assorbimento crescente affinché l’UE raggiunga la neutralità climatica entro il 2050”, chiedendo una migliore gestione delle foreste e iniziative di “riforestazione e imboschimento” per ripristinare le terre degradate e preservare la biodiversità.

All’opposto però le industrie forestali, dal canto loro, hanno insistito sulla necessità di avere una visione globale delle attività forestali per valutare il loro reale contributo alla lotta contro il riscaldamento globale.

Il primo passo per far rientrare la silvicoltura nel sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE è garantire che ogni tonnellata di anidride carbonica presente nella foresta venga conteggiata in modo da poter mettere in atto un sistema di certificazione per l’assorbimento del carbonio; è quanto ha dichiarato Artur Runge-Metzger, direttore del dipartimento della Commissione Europea per l’azione per il clima, dove è responsabile della strategia per il clima, della governance e delle emissioni dei settori non commerciali, a EURACTIV.com.

L’ipotesi sul tavolo della Commissione è quella di adottare un sistema per cui “ogni tonnellata” di anidride carbonica nelle foreste dell’UE sia come prima cosa contata, segnalata e monitorata. Per questo motivo la Commissione europea si sta occupando della “carbon farming” per incoraggiare gli agricoltori ad assorbire il carbonio nel suolo o nella vegetazione e sta lavorando ad un sistema di certificazione per l’eliminazione del carbonio che dovrebbe essere pronto “entro il 2023”.
Si tratta di certificati che secondo l’ipotesi allo studio dovrebbero essere rilasciati per ogni tonnellata di anidride carbonica immagazzinata nelle foreste o nei terreni agricoli.
Le foreste dunque potrebbero rientrare nel sistema ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, che opera secondo il principio della limitazione e dello scambio delle emissioni.

Il parlamento europeo: leggi per fermare l’importazione di prodotti legati alla deforestazione

Giovedì 22 ottobre il Parlamento europeo ha chiesto che siano introdotte leggi per prevenire l’importazione di merci e prodotti legati alla deforestazione e alle violazioni dei diritti umani, dimostrando che i prodotti che sono venduti nell’UE non siano all’origine della deforestazione globale e non violino i diritti umani.
Queste regole dovrebbero applicarsi a tutte le imprese, comprese le banche e i fondi di investimento, e dovrebbero essere previste sanzioni penali e civili per coloro che le aggirano. Il problema attualmente è che “Gli impegni volontari e le certificazioni opache non sono sufficienti”, con le parole della eurodeputata Delara Burkhhardt, che ha redatto il rapporto.

Secondo i dati della Commissione, l’UE è responsabile di oltre il 10% della deforestazione  attraverso l’importazione di prodotti di base come la carne, la soia, l’olio di palma e il cacao. In primo luogo, le emissioni provenienti dal settore del consumo del suolo, la maggior parte delle quali sono causate dalla deforestazione, sono la seconda causa principale del cambiamento climatico dopo la combustione di combustibili fossili, e in secondo luogo, un altro problema legato all’importazione di questi prodotti ha a che fare con il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. Tra le grandi aziende molto conosciute che sarebbero “colpite” dall’introduzione delle regole proposte dal Parlamento europeo ci sono la Nestle e Danone.

Foreste e immigrazione

Accostare i termini “foreste” e “immigrazione” potrebbe sembrare azzardato. Ma che cos’hanno in comune queste due parole? Molti studi scientifici ormai hanno in realtà dimostrato la correlazione tra il clima che cambia, il deserto che avanza e che sottrae terreno alle colture mettendo in ginocchio le economie locali e la necessità di migrare per molte popolazioni. Ma c’è di più: secondo uno studio di Mastrojeni e Pasini, il clima che cambia contribuendo all’aumento della povertà di intere popolazioni, le esporrebbe più facilmente ai richiami del terrorismo e del fanatismo.

Si stima che senza un’inversione di rotta, nel 2050 ci saranno 143 milioni le persone costrette a migrare per via del cambiamento climatico, soprattutto dall’Africa Sub-sahariana e dall’America Latina. A dirlo è la Banca Mondiale nel rapporto Groundswell – Preparing for Internal Climate Migration. Ma già nel 1985 in un report delle Nazioni Unite per la prima volta è comparsa l’espressione “rifugiato ambientale”. Infatti, non si tratta solo di siccità e desertificazione che diminuisce radicalmente la disponibilità di naturali che servono per la sopravvivenza umana; i cambiamenti climatici, e l’aumento della temperatura globale, sono responsabili anche dell’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, tra cui ondate di calore, inondazioni, cicloni e incendi boschivi.

L’area Mediterranea

Le foreste dunque danno un contributo prezioso alla lotta ai cambiamenti climatici. Secondo il WWF la sola foresta amazzonica accumula dai 150 ai 200 miliardi di tonnellate di carbonio. Allo stesso tempo, però, ne subiscono anche gli effetti negativi. La prima cosa che viene in mente è la frequenza con cui si realizzano e si propagano enormi incendi, anche per la siccità prolungata. Ma le conseguenze sono anche di altro tipo: se pensiamo al paesaggio  italiano, ad esempio, notiamo che specie di piante un tempo maggioritarie nei boschi alpini come il pino silvestre  cedono il passo a quelle che si adattano meglio all’evoluzione del clima. Tramite il progetto europeo LIFE  SMART4Action, il Comando Unità Forestali Ambientali ed Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri insieme con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi per l’Economia Agraria e  l’Università degli Studi di Firenze, ha prodotto un report sulla stato di salute delle foreste italiane dal 1997 al 2017. Nel documento leggiamo che “Attualmente le maggiori pressioni ambientali sulle foreste italiane sono costituite, oltre che dai cambiamenti climatici (riduzione delle precipitazioni e aumento delle temperature), dall’aumento di biossido di carbonio e dalle deposizioni di azoto. Le deposizioni di azoto sono causate principalmente dalle emissioni degli autoveicoli e dalle attività agricole e molti dei nostri boschi ne sono affetti”.

Il contesto del Mediterraneo, con la sua geografia e la sua ricchezza in termini di biodiversità sarà una delle aree maggiormente colpite dalle conseguenze dell’aumento della temperatura terrestre. Le previsioni per questa zona specifica sono davvero allarmanti: “Si prevede che il riscaldamento futuro nella regione del Mediterraneo arrivi a superare i tassi di aumento globale del 25%, in particolare con un riscaldamento estivo ad un ritmo di crescita del 40% superiore alla media globale. Anche assumendo di riuscire a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C, in ottemperanza agli accordi di Parigi, è stato previsto che il Mediterraneo avrà un aumento di 2,2 °C nelle ore diurne”.

Le alte temperature estive e l’aridità sono considerati i principali fattori scatenanti degli episodi di estesa mortalità dei boschi osservati negli ultimi anni: nello specifico, “l’incremento delle temperature medie o, più spesso, di singoli eventi con ondate di calore con valori superiori anche ai 40°C, sono la causa di estesi danni alle foreste nella penisola Iberica”, in Spagna e Portogallo. Le foreste della penisola iberica e dell’arco alpino, infatti, sono quelle che preoccupano di più. Negli ultimi anni in Europa è stato acceso il campanello d’allarme per la mortalità della vegetazione mediterranea (sia conifere che latifoglie) nella penisola Iberica e alla crisi del pino silvestre nel versante meridionale delle Alpi.