Mes e Next Generation EU: i costi della politica

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Il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte. [EPA-EFE/VASSIL DONEV]

Il direttore del Corriere l’ha definita stamani una vicenda kafkiana. A noi pare, molto più tristemente, una rappresentazione fedele della situazione politica del paese. E quindi dello scetticismo che dovrebbe accompagnare qualsiasi giudizio sulle capacità di gestire in modo proficuo gli oltre 200 miliardi del Next Generation EU.

Naturalmente, ci stiamo riferendo a come ieri sera il Premier Giuseppe Conte ha definitivamente liquidato la vicenda del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, dal quale potevano essere già arrivati 6 mesi fa 37 miliardi di euro a tasso negativo da spendere per potenziare la sanità e le misure di prevenzione.

Oggi, nel bel mezzo di una seconda ondata che si preannuncia altrettanto drammatica della prima, il sistema sanitario e di prevenzione si trova impreparato: stesso numero di terapie intensive, trasporti locali al collasso, distanziamento sociale che (laddove funziona) è comunque costato al sistema economico italiano già diversi miliardi, scuole impreparate ad avviare un eventuale nuovo periodo di didattica a distanza senza registrare le stesse problematiche viste in periodo d’emergenza.

Di fronte a questo scempio, che poteva essere evitato proprio col ricorso alle risorse del Mes, Conte ci informa che quelle risorse avrebbero aumentato il debito pubblico italiano, lasciando immaginare che, non potendoci permettere di indebitarci ulteriormente, sarebbe stato necessario fare ricorse all’aumento della tassazione.

Un argomento che, deve aver pensato, avrebbe potuto garantire a questa linea largo consenso nell’opinione pubblica, visto che nessuno vorrebbe vedersi aumentare le tasse, soprattutto in questa situazione di crisi. Può darsi che qualche milione di italiani non sia in grado di comprendere quello che Conte non ha detto, e che quindi questa linea riceva un ampio consenso popolare.

A loro ci rivolgiamo per ricordare che 37 miliardi a tasso negativo sarebbero stati meglio degli oltre dieci miliardi di indebitamento quasi al 2% (con le normali emissioni di buoni del Tesoro) attivato in questi ultimi quattro mesi per rispondere (in maniera molto meno efficace di quanto avremmo potuto fare) alle esigenze sanitarie. E per ricordare poi che 37 miliardi sui 2.600 di debito già oggi esistente sono ben poca cosa, che certo non avrebbe aumentato le preoccupazioni già serie dei mercati finanziari nei confronti dell’Italia; preoccupazioni che solo l’iniezione illimitata di liquidità della Bce per ora tengono a bada. Così come vorremmo ricordare che il rapporto debito/Pil passerà dal 133% ad oltre il 160% e che non per questo, ovviamente, a qualcuno è venuto in mente di evitarlo finanziando le maggiori spese con l’aumento della tassazione.

Ricordo infine che anche gli ormai famosi 200 (ed oltre) miliardi del Next Generation EU, che tra l’altro arriveranno non prima della fine della primavera prossima, sono in larga misura dei prestiti, che vanno ad accrescere la mole già impressionante del debito pubblico italiano.

Si potrebbero aggiungere molte altre cose che Conte ha dimenticato di dire. E che suggeriscono come proprio aver rinunciato al Mes ci stia portando oggi alla situazione drammatica nella quale nuovamente ci troviamo (quando si dice ‘i costi della politica’ pensiamo anche a questo, invece che alla sola riduzione dei parlamentari). Ma non ci interessa. Evidentemente avrà fatto i suoi conti ed avrà valutato che con la precaria situazione politica del governo è preferibile non rischiare di perdere il controllo del paese.

Quello che davvero preoccupa è che queste premesse non lasciano ben sperare per l‘uso delle risorse del Next Generation EU. Se la logica di allocazione dei progetti al fondo sarà la stessa che ha portato a non far uso del Mes, ossia assicurare il più ampio consenso possibile alle eterogenee forze che tengono insieme questo governo, il rischio di perdere l’occasione per trasformare quelle risorse in una strategia coerente di rinascita del paese, attrezzandolo dal punto di vista produttivo, economico e sociale alle sfide del futuro, diventa una certezza.