“One planet summit”, il meeting di Parigi sulla biodiversità non convince gli ambientalisti

La prima sessione del "One Planet Summit" di Parigi. [EPA-EFE/LUDOVIC MARIN / POOL MAXPPP OUT]

Protezione degli ecosistemi, promozione di un’agricoltura ecologica, mobilitazione dei finanziamenti per la transizione, legame tra deforestazione, protezione delle specie e salute umana: attorno a questi macro-temi si è imperniato lo ‘One Planet Summit’, vertice organizzato dalla Francia su impulso diretto del presidente Emmanuel Macron, in collaborazione con le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, che si è svolto lunedì 11 gennaio a Parigi in forma ibrida. 

Scopo dichiarato, impartire uno slancio politico globale per rendere il 2021 il ‘super-anno della biodiversità’ che il 2020 – a causa della pandemia da Covid-19 – non ha potuto essere, e annunciare nuovi impegni in vista dei due appuntamenti dei prossimi mesi: la 15^ Convenzione dell’Onu sulla diversità biologica (Cop 15), che dovrebbe svolgersi a ottobre a Kuonming, in Cina; e la 26^ Conferenza mondiale sul clima (Cop 26), prevista a Glasgow a novembre. 

“Cambiare modello”

Il vertice a visto la partecipazione – perlopiù in videoconferenza – di una trentina di capi di governi e istituzioni internazionali: oltre a Maron, il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro britannico Boris Johnson, quello canadese Justin Trudeau, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, la presidente della Bce Christine Lagarde e quello dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. 

 Il consenso scientifico riguardo alla drammatica perdita di biodiversità del nostro pianeta, ha spiegato Macron, “è incontrovertibile. Siamo chiamati a una trasformazione profonda del nostro modello di sviluppo, il futuro del pianeta dipende da quello che facciamo qui e ora”. Mentre Conte, nel suo intervento, ha ricordato che “distruggere l’ambiente aumenta i rischi di diffondere malattie che colpiscono i più vulnerabili, e di compromettere lo sviluppo”: con la pandemia “ci siamo accorti di come siamo fragili, un principio che ci deve dare un forte impulso per rigenerare il nostro sistema”. 

“Fino ad ora abbiamo distrutto il nostro pianeta, abusandone come se ne avessimo uno di riserva”, ha detto invece il segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, intervenuto in collegamento  da New York: “Abbiamo avvelenato l’aria, la terra e l’acqua e abbiamo riempito i nostri oceani di plastica. E ora la natura sta contrattaccando”, ha aggiunto riferendosi all’epidemia in corso. 

Un impegno (quasi) globale

Affermazioni confermate dalle evidenze scientifiche: per la maggior parte degli studiosi, infatti, il nostro pianeta è nel pieno del picco di un’estinzione di massa – sarebbe soltanto la sesta in 500 milioni di anni – in cui le specie animali e vegetali stanno scomparendo a una velocità da cento a mille volte quella ‘normale’. Un rapporto dell’Onu del 2019 indica in un milione – una su otto tra quelle che popolano la Terra – le specie a rischio estinzione, soprattutto a causa della perdita del loro habitat e del sempre maggiore impatto delle attività umane. Inoltre, se negli ultimi anni il riscaldamento globale ha effetti sempre più evidenti e vicini alla nostra esperienza quotidiana, ancora oggi ogni sei secondi un’area di foresta tropicale grande come un campo da calcio viene abbattuto o va in fumo, e gli sforzi per ripristinare gli ecosistemi danneggiati su scala globale hanno avuto pochissimo successo: nessuno degli obiettivi di biodiversità fissati dieci anni fa a livello internazionale è stato raggiunto, ha ammesso Macron.  

Per tentare di migliorare la situazione, i 50 paesi che hanno aderito al meeting – a cui però non hanno partecipato nazioni fondamentali come Russia, Cina, Australia, Indonesia, Brasile – si sono impegnati nella cosiddetta iniziativa ‘30X30’, che prevede di far diventare area protetta il 30 per cento della superficie terrestre entro il 2030 (oggi sono tutelate il 15 per cento delle terre emerse e il 7 per cento degli oceani). La Banca Mondiale, da parte sua, ha annunciato investimenti per 4,1 miliardi di euro nei paesi del Sahel, in Africa, per contribuire a ripristinare gli ecosistemi degradati, migliorare la produttività dell’agricoltura e promuovere i mezzi di sussistenza delle popolazioni. Per quanto riguarda l’Italia, Conte ha indicato come obiettivi il rinforzo della neutralità delle produzioni, cioè una forte riduzione delle emissioni di CO2, il contenimento della temperatura e della perdita di terra ed oceani, il rispetto della biodiversità con un’attenzione particolare al mar Mediterraneo, e la riforestazione. 

La delusione degli ambientalisti

Gli impegni finanziari resi noti durante il meeting, tuttavia appaiono ben lontani da quelli che servirebbero per fermare l’inarrestabile degrado degli ecosistemi, la cui conservazione – secondo uno studio pubblicato a settembre 2020 dalle Ong statunitensi The Nature Conservancy, Paulson Institute e Cornell Atkinson Center for Sustainability – richiederebbe un investimento tra i 492 e i 734 miliardi di euro all’anno

Anche per questo, le promesse dei capi di stato hanno lasciato insoddisfatti gli attivisti contro il riscaldamento globale e molti esponenti delle associazioni ambientaliste. Greta Thunberg ha definito il meeting null’altro che “una sfilata di vecchi annunci non vincolanti” e di vuoti “Bla bla”, mentre per il responsabile della campagna oceani di Greenpeace Francia, François Chartier, “l’obiettivo di estendere le zone di tutela è sul tavolo da molto tempo, ma il livello di protezione previsto e le misure concrete che saranno prese restano fumose”.