Israele-Emirati Arabi: un accordo che non risolve nulla, all’ombra di un muro di cui non si parla più

Muro Israelo-Palestinese

La notizia di un accordo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, accordo che coinvolge anche lo status del territorio che nominalmente dovrebbe far parte di un ipotetico Stato palestinese, ha occupato per pochi giorni le prime pagine dei giornali. L’entusiasmo è stato forse eccessivo rispetto all’accordo stesso e ai suoi contenuti; probabilmente perché sono mesi che la situazione in Medio Oriente ristagna e qualsiasi novità è, già solo per questo, benvenuta.

Leggendo tra le righe dell’accordo ci si rende tuttavia conto che esso – pur rappresentando un significativo miglioramento delle relazioni tra Israele e gli Emirati – non rappresenta quel miglioramento “storico” nelle relazioni tra Israele e i palestinesi che molti salutano. Prima di tutto è ovviamente banale osservare che i palestinesi non sono contraenti dell’accordo bensì oggetto passivo (un po’ come i Sudeti erano oggetto passivo di un accordo tra Germania, Francia, Inghilterra e Italia nel settembre 1938), ma il problema non è questo; il problema è che l’accordo “sospende” le pretese di sovranità di Israele nei confronti dei territori occupati nella West Bank, non le elimina per sempre. Basta dare un’occhiata alla cartina che presenta la ampia dislocazione di basi militari ed insediamenti israeliani nel territorio palestinese per capire che il verbo “sospende” ha, in questo contesto, un’importanza enorme.

Sin dagli accordi di Oslo del 1993 Israele aveva preso un impegno – l’ipotesi “due popoli – due Stati” – che nel tempo si è logorato insieme agli accordi stessi: oggi ciò che sopravvive di Oslo è solo l’esistenza delle tre aree palestinesi, A, B e C, che dovrebbero rappresentare in qualche modo il corpo di un futuro Stato palestinese; ma Israele ha spinto la sua presenza, con insediamenti e basi militari, sin sulle rive del Giordano rendendo estremamente difficile l’ipotesi non solo di un suo ritiro dagli insediamenti, ben evidenti nella cartina, ma anche un suo arretramento dietro la linea armistiziale del 1949, la cosiddetta green line.

The West Bank 2006

The West Bank 2006

Quale che sia il valore dell’accordo raggiunto con gli Emirati Arabi Uniti – e secondo chi scrive tale valore si colloca in un range che va dalla speranza all’irrilevanza – tale accordo non rappresenta un grande avanzamento delle speranze palestinesi, ma rappresenta di sicuro un successo politico per Trump; anzi, più che politico, pubblicitario. Trump suona le trombe del grande successo e qualcuno nel suo staff addirittura ventila l’ipotesi di un premio Nobel per la pace – del resto se l’ha preso Obama, perché non darlo pure a lui? Il primo ministro israeliano, da parte sua, guadagna tempo, non parla di ritiro dagli insediamenti diffusi su tutto il territorio della West Bank e si può presentare alle prossime elezioni con un piccolo successo che va bene, nella sua ambigua ambivalenza, sia agli intransigenti colonizzatori sia ai sostenitori del dialogo. Gli Emirati Arabi Uniti ottengono infine importanti accordi commerciali nella prospettiva di esportazioni israeliane high tech, la promozione di interessi in campo turistico e mandano un messaggio chiaro all’altro grande soggetto sunnita dell’area, l’Arabia Saudita; i palestinesi di fatto non ottengono nulla se non promesse, senza alcuna pratica modifica della situazione sul campo.

Va letta in questo senso la completa assenza anche solo di una parola sulla esistenza di quell’elemento fisico che sta ben piantato nel mezzo di ogni intenzione di dialogo tra israeliani e palestinesi: quel «muro» (chiamato con una certa ottimistica riduttività «barriera di sicurezza» da Israele) che separa il territorio di Israele dalla West Bank ma che in realtà non segue il percorso della linea armistiziale del 1949 (la Green Line) ma si insinua in profondità all’interno del territorio a maggioranza palestinese.

Il muro, con una altezza variabile dai cinque agli otto metri, fatto di calcestruzzo e acciaio, dotato di sensori e posti di guardia, telecamere e dispositivi di dissuasione, penetra molto dentro la West Bank, occupa e controlla aree agricole e risorse idriche, rappresenta uno strumento di land grabbing che crea un fatto compiuto (l’annessione di fatto), accompagna la diffusione di insediamenti israeliani nel territorio del soi-disant stato palestinese e impedisce di fatto la creazione o finanche la persistenza di legami sociali ed economici tra le disperse zone sotto il controllo formale dell’Autorità nazionale palestinese ma di fatto occupate militarmente da Israele.

The West Bank 2010

The West Bank 2010

Quel muro esiste, come intenzione, dal 1995, e come realizzazione concreta dal 2000-2005; rispondeva a condivisibili preoccupazioni di sicurezza di Israele rispetto ad attentati delle componenti jihadiste, ma nel tempo non ha affatto controllato l’intenzione espansionista di Israele fino al Giordano (come veniva detto a sua giustificazione), anzi: per certi versi l’ha coperta e accompagnata. Esso esiste, è un fatto incontestabile, e nessun accordo transitorio con attori in quell’area dovrebbe ignorarne l’esistenza senza affrontarlo come problema politico reale.

Alle spalle del muro sta una società israeliana profondamente spaccata rispetto al problema dei rapporti con i palestinesi; una società che non riesce a calibrare una riflessione che metta da parte le motivazioni religiose e messianiche che avvelenano la relazione degli israeliani con la componente araba ma al contempo gestisca il peso del grande successo del sionismo come ideologia pubblica di Israele: avere portato alla nascita di uno stato ebraico sulla maggioranza di un territorio dove gli ebrei erano una minoranza rispetto alla componente araba: un successo storico e indiscutibile.

Al di là del muro sta una galassia di componenti palestinesi che in parte sperano nella convivenza con Israele, in parte ne propongono l’eliminazione, in parte ancora hanno visto la «catastrofe» (al-Nakba) come irrimediabile e senza ritorno, compreso il ritorno alle proprie terre e abitazioni, e sentono di avere concesso anche troppo.

Alla fine viene da pensare che la soluzione «due popoli, due stati» non sia più praticabile stante la situazione pulviscolare che Israele ha imposto nella West Bank, e attuato manu militari, e nell’assenza di una reale e presente entità statuale palestinese; e che forse convenga ricorrere a una audace immaginazione politica che presupponga non tanto la frammentazione in Stati piccoli e incapaci di sopravvivere senza un aiuto esterno (per Israele tale aiuto storicamente è stato quello statunitense, per i palestinesi tale aiuto di fatto non ha una caratterizzazione costante), bensì la apparentemente impossibile convivenza di israeliani e palestinesi in una unica federazione di cantoni con caratteri e tipologie diverse.

Follia e utopia? Beh, se si è risolto il conflitto tra Francia e Germania che è costato all’Europa qualcosa come otto milioni di vittime nei due Paesi e tre guerre, delle quali due terribili guerre mondiali, si dovrebbe avere un po’ più di fiducia sulla possibilità di composizione dei conflitti usando gli strumenti della integrazione regionale «ragionata» e concordata. Ma per fare questo ci vuole la volontà di dialogo da ambo le parti e certo Netanyahu non è la persona più adatta a dialogare, né lo sono componenti avvelenate dall’odio come Hamas et similia.

Di sicuro la situazione – sulla base di piccoli accordi ristretti come quello tra Israele ed Emirati Arabi Uniti – accordi che fanno certo comodo alle parti contraenti ma che sono fumo negli occhi ed escludono una parte delle popolazioni coinvolte senza dire nulla sulla situazione effettiva sul campo – non potrà evolvere in maniera significativa. Questi accordi sono la manna per la stampa alla ricerca di qualche notizia rispetto a una situazione ormai stagnante, ma davvero non promuovono alcun cambiamento, perché rispondono a esigenze di tipo interno e non rispondono a una logica di convivenza e vero dialogo israelo-palestinese.

Solo un’autorità sovranazionale che regoli le relazioni tra Israele e palestinesi, che si occupi del problema delle risorse agricole, che imponga regole di convivenza tra gli insediamenti israeliani e le aree a maggioranza palestinese, che regoli l’uso del territorio e delle risorse idriche, che non imponga a Israele confini formali, bensì confini ideali rispetto a una brama di occupazione che sta volgendo in sistemi di apartheid nei territori occupati; solo una simile autorità sovranazionale potrebbe dare speranza per il futuro.

Se tutto resta fondato sulla presunzione di buona volontà e pace da parte israeliana e araba il sangue continuerà a scorrere. Nessuno fonda le proprie relazioni, né personali né pubbliche, sulla buona volontà ed esclusivamente sulla fiducia, bensì si confida nella legge, nella regolazione dei rapporti secondo regole condivise e accettate, nella formalizzazione delle intenzioni di dialogo in strumenti di controllo ed eventualmente di sanzione.

Israele e arabi palestinesi non fanno eccezione.