Finanza verde, la Commissione rinvia le regole Ue dopo la minaccia di veto di 10 paesi 

Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans.

La Commissione europea ha deciso di rinviare la pubblicazione dei dettagli delle norme attuative sulla classificazione dei programmi di finanza sostenibile dell’Unione. Secondo le fonti di Euractiv, la motivazione va ricercata nell’enorme numero di osservazioni ricevute e in una minaccia di veto da parte di alcuni stati membri dell’Est e del Sud Europa. 

L’esecutivo dell’Ue ha pubblicato la bozza delle norme attuative il 20 novembre, presentando la proposta come “la prima ‘green list’ al mondo” di attività economiche volte a incoraggiare gli investimenti privati ​​nell’economia verde.

Una consultazione pubblica sul progetto di regole – note con il nome di atti delegati – si è conclusa il 18 dicembre con oltre 46.591 risposte ricevute e migliaia di pagine di osservazioni. Di conseguenza la proposta finale, che inizialmente doveva essere pubblicata entro il 1° gennaio, è stata rinviata, e ad oggi non c’è una chiara indicazione di quando verrà resa nota.

“I colleghi stanno attualmente valutando il volume e la natura di queste osservazioni”, ha detto Daniel Sheridan Ferrie, portavoce della Commissione europea per le banche, i servizi finanziari, la fiscalità e le dogane. “L’obiettivo – ha spiegato via mail a Euractiv, rifiutando di fornire dettagli più precisi sulla data di pubblicazione prevista – è “di adottare l’atto delegato il prima possibile, visto l’elevato numero di risposte”. 

Le linee guida hanno lo scopo di indirizzare gli investitori privati ​​verso imprese ecosostenibili, fissando soglie di emissione dettagliate che definiscono quale attività economica può essere considerata “sostenibile”. Altre categorie nel sistema di classificazione includono invece attività economiche “di transizione” e “abilitanti”.

La Commissione europea spera che queste indicazioni faranno chiarezza su quali aziende sono davvero sostenibili e impedirà il fenomeno del greenwashing, fornendo agli investitori una guida operativa chiara su cosa è green e cosa no.

Gas: un ‘carburante di transizione’?

La proposta ha tuttavia fatto rumore tra gli stati dell’Europa orientale e meridionale, che hanno lamentato il fatto che la bozza delle linee guida abbia negato al gas naturale lo status di ‘combustibile di transizione’, anche quando esso sostituisce il carbone nella produzione di energia.

La Polonia, in particolare, “si è espressa in modo critico” sul progetto di atto delegato sulla classificazione, ha detto un diplomatico dell’UE informato sulla posizione di Varsavia.

Il 18 dicembre, nel giorno in cui si è conclusa la consultazione pubblica, dieci paesi dell’UE hanno presentato alla Commissione un documento informale congiunto in cui esprimevano le proprie preoccupazioni.

Nel documento, secondo il diplomatico interpellato da Euractiv, “si sottolinea la necessità di mantenere la possibilità di utilizzare il gas come combustibile di transizione” e si insiste sulla “possibilità di utilizzare l’idrogeno da varie fonti energetiche” non solo rinnovabili.

Il paper è stato firmato da Bulgaria, Croazia, Cipro, Cechia, Grecia, Ungheria, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia, e inviato alla Commissione europea una settimana dopo il vertice UE dello scorso dicembre, durante il quale i capi di stato hanno negoziato per tutta la notte sui nuovi obiettivi climatici dell’Unione per il 2030.  

Un incontro defatigante, in cui i leader della Polonia e di altri paesi dell’Europa orientale hanno combattuto con le unghie e con i denti per affermare la propria sovranità nella scelta del mix energetico da utilizzare – gas naturale incluso – per raggiungere gli obiettivi fissati a livello comunitario. 

Nelle loro conclusioni, raggiunte all’unanimità dopo una notte di strenui confronti, i leader dell’Ue hanno riaffermato questo principio, dichiarando di riconoscere il diritto di ciascun paese “di decidere il proprio mix energetico e di scegliere le tecnologie più appropriate per raggiungere collettivamente l’obiettivo climatico del 2030, comprese le tecnologie di transizione come il gas naturale”.

La menzione esplicita del gas nel comunicato finale del vertice è stata successivamente ripresa nel documento dei dieci paesi, secondo i quali – ha detto ad Euractiv il diplomatico – le loro richieste erano “in linea con le conclusioni del Consiglio europeo di dicembre”. 

Il rischio di una “bolla green”

Di fronte al potenziale veto da parte di una minoranza di blocco degli Stati membri, la Commissione europea è stata dunque costretta a fare marcia indietro. Ma i guai per l’esecutivo Ue con l’atto delegato non si sono fermati al gas o ai dieci firmatari del documento. Quasi tutti i paesi o i portatori d’interesse dell’Ue hanno presentato reclami sul progetto, secondo una fonte di alto livello all’interno del Parlamento europeo che conosce il dossier.

Uno di essi è arrivato dalla Germania, uno dei pesi massimi dell’Ue, il cui ministero delle finanze avrebbe indicato che solo il 2% delle blue chip tedesche quotate alla borsa di Francoforte sarebbe considerato ‘sostenibile’ se il progetto di atto delegato della Commissione fosse attuato nella sua forma attuale.

Per il ministero, senza ulteriori gradazioni nella classificazione delle società la tassonomia varata dalla Commissione rischierebbe di creare una “bolla verde” che incentiverebbe gli investitori ad acquistare azioni da una manciata di aziende considerate le uniche veramente ‘sostenibili’ secondo le regole dell’Ue.

I diplomatici tedeschi a Bruxelles non hanno né confermato né smentito l’avvertimento del ministero delle finanze di Berlino. Tuttavia, il punto è stato sostanzialmente ripreso da Yves Mersh, rappresentante del Lussemburgo nel consiglio di amministrazione della Banca centrale europea.

“Ci sono molte industrie né pulite né sporche che raccolgono anch’esse finanziamenti sul mercato”, ha detto Mersh in una recente intervista, mettendo in guardia rispetto a “un certo divario tra l’obiettivo previsto” dalla classificazione delle aziende “e la sua usabilità pratica”.

“Non credo che possiamo fermare il cambiamento climatico soffocando interi settori dell’economia”, ha ammonito Mersh, secondo cui la bozza di tassonomia in discussione genera “una ‘bolla verde’ insostenibile, staccata dai dati fondamentali”.

La Commissione europea è attualmente impegnata a rielaborare la sua proposta, e presenterà una bozza aggiornata ai rappresentanti dei paesi dell’Ue alla riunione del gruppo di esperti degli Stati membri (MSEG) sulla finanza sostenibile, prevista per il 26 gennaio.

Secondo quanto risulta a Euractiv, la versione finale del progetto di atto delegato potrebbe essere pubblicata tra la fine di gennaio e la metà di febbraio. I paesi dell’UE si troveranno quindi di fronte a una scelta secca: adottare la bozza senza modifiche o respingerla in blocco.

Opposizione in Parlamento

Se la Commissione riuscirà a superare l’opposizione degli Stati membri, dovrà poi convincere il Parlamento europeo, che ha potere di veto.

L’opposizione al progetto si sta formando anche nell’assemblea dell’Ue. A ottobre, un gruppo trasversale di 51 eurodeputati degli Stati dell’Est ha scritto una lettera alla Commissione, chiedendo che la classificazione garantisse lo status di “carburante di transizione” alle tecnologie del gas più efficienti.

Nella lettera, pubblicata da Politico, i deputati sostengono che “se i criteri di screening tecnico della tassonomia escludono la generazione a gas all’avanguardia dalle tecnologie transitorie fissando limiti irrealizzabili, i costi complessivi della trasformazione energetica aumenteranno per quelle regioni che oggi hanno ancora bisogno di sviluppare il gas come sostituto parziale del carbone”.

“La generazione di gas altamente efficiente – si legge ancora nella lettera – può svolgere un ruolo importante nel bilanciamento della rete, e gli impianti di cogenerazione di gas possono migliorare la qualità dell’aria nelle città di tutta l’Ue. Chiediamo pertanto alla Commissione di riconoscere le significative sensibilità regionali europee attraverso gli atti delegati ai sensi del regolamento sulla tassonomia”.

I 51 firmatari sono in maggioranza eurodeputati del Partito popolare europeo (PPE) e dei conservatori e riformisti (ECR), comprese figure di spicco come l’ex primo ministro polacco Jerzy Buzek. Ma la lista include anche rappresentanti socialisti come l’ex presidente rumeno Traian Băsescu, e centristi come Ondřej Knotek e Clotilde Armand (Renew).

Critiche alla proposta della Commissione sono arrivate, sull’altro fronte, dai verdi e dalla sinistra, secondo cui il progetto è troppo timido, in particolare per quanto riguarda la promozione degli investimenti nell’agricoltura verde.

Il rischio, dice una fonte parlamentare di alto livello, è che anche il Parlamento voti contro il progetto: i due comitati responsabili della tassonomia – quelli per l’ambiente e per gli affari economici – sono vicini a ottenere un numero di contrari sufficiente a respingere la proposta. 

Per riuscirci, spiega la fonte, servono 71 deputati, e già 65 si sono espressi contro il progetto: un’eventuale voto contrario sarebbe “lo scenario peggiore”, perché in questo caso il progetto di classificazione delle aziende “verrebbe cancellato sul nascere”.