Brexit, il nodo della pesca preoccupa il Belgio e rispunta un editto del 1666

Boris Johnson al Billingsgate Market, il più grande mercato all'ingrosso di pesce della Gran Bretagna durante un evento della campagna elettorale sul referendum. EPA/STR

Il capo negoziatore dell’UE Michel Barnier per le trattative sulla Brexit ha detto che un accordo è “a portata di mano”, ma “bisogna essere due e bisogna mettersi d’accordo alla fine”. Tra i nodi ancora da sciogliere c’è la questione della pesca, che preoccupa molto il Belgio: i pescatori belgi potrebbero vedere sfumare la possibilità di pescare nelle ricche acque territoriali britanniche.

La questione della possibilità di inviare i pescherecci nelle acque britanniche del canale della Manica, del mare del Nord e dell’oceano Atlantico dal primo gennaio 2021, il giorno in cui la Gran Bretagna sarà ufficialmente fuori dall’Unione europea, interessa però anche altri paesi oltre al Belgio: Francia, Irlanda, Danimarca e Olanda. I mari del mondo, infatti, sono divisi in zone economiche esclusive in base a una convenzione delle Nazioni Unite (come sappiamo anche dal recente caso dei pescatori siciliani bloccati in Libia) ma l’Unione Europea ha avviato una politica comune della pesca.

Dal momento in cui la Brexit sarà effettiva tutto questo rischia di naufragare e nelle trattative per trovare un accordo commerciale post-Brexit non si è ancora individuata una sintesi su come assegnare le quote della pesca. Per semplificare la questione, possiamo dire che le ipotesi sul tavolo sono tre: i paesi europei vorrebbero mantenere il loro diritto di accesso nelle acque britanniche, senza sostanziali modifiche rispetto a quanto avviene ora; nel caso dell’impossibilità di trovare un accordo commerciale sulle future relazioni tra UE e Regno Unito, quest’ultimo potrebbe legittimamente impedire l’accesso ai pescherecci europei; nel mezzo, un compromesso potrebbe prevedere una riduzione delle “quote” di pesce che si può pescare.

La questione è di vitale importanza e per risolverla si cercano appigli di qualunque tipo, come dimostra il fatto che nel corso delle trattative della scorsa settimana a Bruxelles, il rappresentante belga presso l’Ue, Willem van de Voorde, si è appellato ad un trattato del lontano 1666. In quell’anno il re Carlo II concesse alla città fiamminga di Bruges il diritto perpetuo di mandare 50 barche a pescare al largo dell’Inghilterra. Il Privilegie der Visscherie era probabilmente stato siglato dal sovrano per mostrare gratitudine per l’ospitalità ricevuta durante l’interregno che seguì la decapitazione del padre Carlo I.

La vita del cinquantenne Robert Campbell, un marinaio sul peschereccio Den Hoope, è di per sé un simbolo del legame storico tra le Fiandre e il mare britannico: Robert è fiammingo, ma è nato in un porto di pesca inglese, dove suo padre morì quando era giovane. Seguendo la tradizione di famiglia, Robert si è unito all’equipaggio di un peschereccio quando aveva 15 anni e da allora lavora in acque britanniche salpando da un porto belga. Da sempre, ha beneficiato della politica europea della pesca: i pesci presi del Den Hoope dalle acque olandesi o danesi vengono sbarcate ad Ostenda, ma una volta scaricate qui le 12 tonnellate di pesce e granchi, la barca salpa per la Gran Bretagna, dove dopo un seconda raccolta, il pesce fresco viene sbarcato a Liverpool, o a Milford Haven o Swansea nel Galles.

I pescatori e gli armatori dei pescherecci sono molto preoccupati e hanno fatto presente la loro posizione anche a Barnier: se i pescherecci perdessero l’accesso alle acque britanniche – che rappresenta una fonte di reddito compresa tra il 50 e il 60% delle loro entrate – l’attività potrebbe diventare improvvisamente non redditizia. Ma anche se alla fine si riuscisse a trovare un accordo che preservi le quote del Belgio, il ritorno di una frontiera doganale e regolamentare nello Stretto di Dover causerebbe ingorghi e ritardi che metterebbero a rischio la freschezza del pescato.

Nella sessione plenaria del Parlamento Europeo, Michel Barnier ha affermato che l’obiettivo è quello di “Un accordo che vada a reciproco vantaggio di ciascuna parte, nel rispetto dell’autonomia, della sovranità, e che rifletta un compromesso equilibrato. Non ci sarà comunque un accordo ad ogni costo, come ha detto più volte la presidente Ursula von der Leyen”. Allo stesso tempo “un accordo è alla nostra portata”, in ragione dei passi in avanti fatti su alcuni dossier, ma proprio la pesca è uno dei nodi ancora cruciali insieme alla parità di condizioni e alla governance.