Rete unica Tim-Open Fiber: le associazioni dei consumatori temono un ritorno al monopolio

A fine di agosto, Tim ha firmato un accordo con la Cassa depositi e prestiti (CDP) che consente la creazione di una nuova società, "AccessCo", nell'ambito della fusione di Open Fiber. [Shutterstock]

Le associazioni dei consumatori Euroconsumers e Altroconsumo scrivono alla Commissione europea per esprimere i propri timori per l’operazione TimOpen Fiber che darà vita a un’unica società che sovrintenda alla realizzazione della futura infrastruttura a banda larga italiana, che potrebbe portare a una struttura di mercato “quasi monopolistica”.

A fine di agosto, Tim ha firmato un accordo con la Cassa depositi e prestiti (CDP) che consente la creazione di una nuova società, “AccessCo”, nell’ambito della fusione di Open Fiber.

“Avere un’infrastruttura nazionale unica per le connessioni fisse che fa capo a un soggetto che come Tim non è un operatore di rete puro, ma ha altri interessi sul mercato, espone a diversi rischi. Con Tim in qualità di azionista di controllo della nuova società (con il 50,1% delle azioni, come è stato per ora previsto) si va incontro a una concentrazione di potere di mercato: Tim, oltre a svolgere un ruolo attivo nella gestione della rete unica, continuerebbe a offrire servizi anche ai consumatori, in concorrenza con gli altri operatori”, evidenziano le due associazioni dei consumatori nella lettera inviata a Bruxelles. Questo significa che Tim potrebbe “imporre condizioni meno vantaggiose e costi più alti ai suoi competitori”, che finirebbero per recuperare questi costi aumentando le tariffe per gli utenti.

Inoltre, il controllo di Tim  sulla nuova società potrebbe portare ad una più ampia cultura di monopolizzazione delle telecomunicazioni in Europa e costituirebbe un cattivo esempio per la concorrenza nel settore, affermano Euroconsumers e Altroconsumo.

“Ci sono in gioco soldi pubblici, tra cui le risorse derivanti dal Recovery Fund, e va verificato che questo intervento non si configuri come aiuto pubblico illegale in favore di Tim”, sottolineano le due associazioni. È probabile, infatti, che la nuova società si avvantaggi di un borsellino emesso nell’ambito del piano di ripresa dell’Unione europea per accelerare la transizione digitale in Italia.

Il ritardo nel 5G

Il lockdown in Italia ha fatto emergere con forza quanto il digital divide rappresenti un problema e ha convinto le istituzioni che investire sulla banda larga deve essere una priorità. Anche nel resto d’Europa gli obiettivi dell’agenda digitale hanno subito una serie di battute d’arresto, sia a causa della pandemia sia delle più ampie tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina. Ciò è stato particolarmente evidente per quanto riguarda il 5G.

Nell’ambito del Piano d’azione 5G dell’Ue per il 2016, le nazioni si sono impegnate a sviluppare le loro infrastrutture di telecomunicazione di prossima generazione, compreso il lancio dei servizi 5G in tutti gli Stati membri in almeno una grande città entro la fine del 2020.

Inoltre, nel Codice delle comunicazioni elettroniche del 2018, l’Ue si è impegnata a migliorare la diffusione delle reti 5G garantendo la disponibilità dello spettro radio 5G entro la fine di quest’anno. Tuttavia, una serie di Paesi non hanno ancora assegnato formalmente alcuna delle frequenze nelle bande 700 MHz, 3,6 GHz e 26 GHz necessarie per lo sviluppo del 5G. Tra questi figurano Bulgaria, Croazia, Cipro, Estonia, Grecia, Lituania, Malta, Polonia e Slovenia.

“Entro la fine dell’anno, ci sarà l’obbligo legale in tutti gli Stati membri di assegnare gli operatori alle frequenze pioniere 5G”, ha dichiarato un funzionario dell’Ue all’inizio di ottobre a Euractiv.com. Gli Stati membri che non avranno assegnato le frequenze dello spettro 5G entro la fine del 2020 violeranno il diritto dell’Ue e, di conseguenza, potrebbero incorrere in un’azione legale da parte della Commissione.